Articoli con tag rifiuti tossici

La notte di Santa Lucia. Il 7 agosto la presentazione a Paola

Si ritorna a parlare di navi dei veleni e della stagione che ha visto fra settembre del 2009 ed il gennaio del 2010 protagonisti , ambientalisti calabresi, regione calabria e governo centrale. Al centro di tutto le dichiarazioni del pentito Fonti che individuò nel mare di Cetraro la nave Cunsky da lui stesso affondata. Il libro racconta quelle giornate drammatiche, tese,piene di manifestazioni, convegni proteste varie fino alla grande manifestazione ad Amantea con la partecipazione di oltre 30 mila persone.

Francesco Cirillo nel suo libro LA NOTTE DI SANTA LUCIA , edito dalla casa editrice Coessenza, racconta come in un diario quelle giornate coinvolgendo nel suo racconto i sindaci, gli ambientalisti, i rappresentanti del governo, la ministro Prestigiacomo . Cirillo pubblica tutti i documenti usciti, alcune foto inedite dello smantellamento della Jolly Rosso del fotografo Barone, dichiarazioni.

La presentazione del libro avverrà sabato 7 agosto alle ore 17,30 nella sede ACLI in viale dei Giardini a Paola. Con l’autore saranno presenti l’avv. Rodolfo Ambrosio prefatore del libro, Antonella Politano di Paola che ha visto tutta la sua famiglia sterminata da tumori e anche lei al centro di un racconto nel libro di Cirillo. Modera il dibattito la giornalista Marta Perrotta.

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GOMORRA IN MAGNA GRECIA – Inquino e poi bonifico

GOMORRA IN MAGNA GRECIA

Inquino e poi bonifico. Shock economy in Calabria

Arsenico, metalli pesanti e amianto sotto scuole e ospedali a Crotone. 35mila tonnellate di ferriti sepolte tra agrumeti e oliveti a Cassano Ionio. La regione stanzia 3 milioni e mezzo per la bonifica. E vorrebbe affidarla agli inquinatori. I comuni danno invece l’appalto a un’altra società, indagata a Genova.

Ci sono nomi che a Crotone hanno imparato in fretta. Nomi di metalli e minerali. Tossici, maledettamente tossici. Arsenico, cadmio, nichel, germano, mercurio, zinco, si chiamano. Zinco, soprattutto. Ferriti di zinco, per esser precisi. Sono ovunque. Sotto scuole ed ospedali. Con esse si sono costruiti interi palazzi pubblici ed edifici privati. Sono le montagne nere- come l’omonima indagine della Procura della Repubblica di Crotone- che ammorbano un’intera popolazione. Gli inquirenti hanno disposto lo scorso 9 marzo il rinvio a giudizio per 45 persone, tra dirigenti, amministratori e prefetti, coinvolte nello smaltimento illegale delle scorie tossiche provenienti dal vecchio stabilimento Pertusola sud. Come ricostruito dall’indagine, nel 1997 gli alti dirigenti della società Pertusola sud, in odor di fallimento, avevano un problema enorme: liberarsi di 400mila tonnellate di scarti provenienti dal processo produttivo dello stabilimento metallurgico. Si trattava delle scorie di cubilot contenenti metalli altamente cancerogeni e per i quali la legge prevedeva lo smaltimento in apposite discariche. Gli amministratori della società, poco propensi ad accollarsi i costi, pensarono bene che quelle scorie potevano essere spacciate come materiale di riempimento per sottofondi stradali ed altre opere di edilizia. Meglio ancora se fossero state classificate come rifiuti non pericolosi. Da qui il pressing sul Ministero dell’ambiente per far includere il cubilot nel decreto che il governo si apprestava ad emanare. Il 5 febbraio 1998 il decreto Ronchi classificava il cubilot “rifiuto non pericoloso”.

Fu allora che le scorie di cubilot finirono, insieme alla “loppa di alto forno” proveniente dall’Ilva di Taranto in una miscela chiamata “Conglomerato idraulico catalizzato”, il famigerato Cic, con il quale dal 1999 sono stati riempiti i piazzali della scuola elementare San Francesco, l’Itc di Via Acquabona, ma anche centri commerciali, alloggi popolari e villette a schiera, strade e persino il Palazzo della Questura e la banchine del porto di Crotone. Per l’esattezza 18 siti, messi sotto sequestro solo nel 2008. Ora, i 45 rinviati a giudizio dovranno comparire davanti al Gup il prossimo 11 maggio. Con un’accusa pesante: disastro ambientale.

La bonifica del sito di interesse nazionale

Hanno un cattivo odore, le ferriti. E sono “irritanti, nocive, tossiche, corrosive”, come il decreto legislativo 22/97 definisce questi particolari rifiuti derivanti dai processi idrometallurgici dello zinco. E viaggiavano parecchio. Nottetempo, lungo una direttrice ricca di storia e civiltà. Da Crotone a Cassano, lungo le strade della Magna Grecia. Crotone e Cassano accomunate da un passato illustre e da un presente inquinato. E, soprattutto, da una bonifica che tutti aspettano ma che nessuno vede

La città di Crotone, carica di suggestione e vestigia d’altri tempi, simbolo di una Calabria avvelenata, anche se non arrendevole, paga lo scotto pesante di un trascorso industriale con esclusive logiche di profitto e malaffare. Le attività industriali hanno lasciato un’eredità inquinata anche alla luce dei gravi ritardi nella bonifica del sito di interesse nazionale di Crotone e Cassano- Cerchiara, in linea con gli altri 56 siti del programma nazionale di bonifica curato dal ministero dell’Ambiente. Ad oggi, nonostante la contaminazione da metalli pesanti, accertata da numerosi studi e piani di caratterizzazione, nell’area non sono stati fatti grandi passi in avanti. La perimetrazione comprende, infatti, un’area sottostimata rispetto alle reali dimensioni dell’inquinamento, i continui passaggi di competenze hanno rinviato l’attuazione dei progetti di bonifica e causato un grande sperpero di risorse economiche. Gli interventi finora conclusi riguardano esclusivamente opere di messa in sicurezza (cementificazione e isolamento delle discariche e dei rifiuti depositati), cosa ben diversa da interventi di bonifica che permettono la restituzione dei terreni integri e liberi da discariche. Aree finora precluse all’accesso e alla possibilità di utilizzo da cui ripartire per rilanciare la rinascita ambientale, sociale, economica, di Crotone. Ai gravi problemi ambientali si aggiungono quelli sanitari. Si muore a Crotone e più che altrove. Tutto probabilmente correlato alle attività industriali dell’area. Questo ha accertato la perizia, condotta su input della Procura, per verificare l’incidenza sulla salute della contaminazione dei siti avvelenati dai materiali di scarto dell’area industriale. A Crotone si sospetta che, persino, l’acqua sia ammorbata dai metalli.

L’antica Kroton

È una bomba ecologica, quella della ex Pertusola. La fabbrica di rifiuti tossici conserva, tra lamiere e scheletri di ferro, circa un milione di tonnellate di scorie. Lo stabilimento della Pertusola Sud, progettato nel 1928 e attivo dagli anni ’30, ha cessato la produzione nel 1999 e, ad oggi, il definitivo smantellamento non è stato completato. Dell’altro grande impianto del colosso dell’industria chimica, gestita dall’allora gruppo Montedison, e operante dagli anni ’40 agli anni ’80, è rimasta solo in funzione la Sasol che produce zeoliti per la detergenza. Gli altri impianti, responsabili della produzione di fertilizzanti azotati e di fosforo, hanno imbevuto per anni il terreno di sostanze chimiche e ancora attendono gli interventi di bonifica.

Sulla carta, la bonifica a Crotone l’attendono dal 2001, anno in cui l’area industriale della città viene inserita tra i siti di interesse nazionale. Il progetto di bonifica comprende gli stabilimenti industriali Pertusola e Montedison, la discarica di Tufolo, la fascia costiera a ridosso della zona industriale e i comuni di Cassano allo Ionio e Cerchiara Calabra. La discarica di Tufolo copre una superficie di 7 ettari ed è stata in attività fino al 2000. I rifiuti (speciali, sanitari, urbani, quelli dell’alluvione del 1996, i fanghi di depurazione civile) occupano un volume di 99mila metri cubi e risultano abbancati per oltre 20 metri e, come se non bastasse, la discarica non ha alcun presidio ambientale (barriere impermeabili di fondo, sistemi di smaltimento delle acque superficiali). La fascia costiera nei pressi dell’area industriale è interessata da discariche abusive di 300mila metri cubi di rifiuti speciali e pericolosi in un’area complessiva di 87mila metri quadri. Rientrano nella perimetrazione dell’area anche i siti di Cassano allo Ionio e Cerchiara Calabra. Dove, fino al 1998, venivano smaltiti illegalmente le ferriti di zinco della Pertusola.

Ma la vicenda più grottesca, in questa Gomorra della Magna Grecia, riguarda l’area archeologica. Quella dell’antica Kroton. Un sesto del sito di interesse nazionale Crotone e Cassano- Cerchiara è, infatti, un’area archeologica di inestimabile valore. Archeologia industriale e archeologia di un’antica civiltà. Sepolta da metalli velenosi e abbandonata a sé stessa. L’area archeologica, adiacente l’ex Montedison, non presenta, infatti, alcuna recinzione ed è possibile l’accesso di chiunque. C’e chi raccoglie funghi, chi cicoria, chi olive. E ci sono gli animali che pascolano. Sopra montagne di veleni, brucando erba che ha radici direttamente nei fanghi chimici.

È lecito supporre che tali prodotti finiscano sulle nostre tavole con grave rischio per la salute. Nonostante l’ordinanza del sindaco e il sequestro giudiziario dell’area, l’accesso a detti terreni rimane ancora libero. Chi coltivava o pascolava abusivamente non è stato denunciato. Nessuno sforzo è stato fatto per stabilire un sistema di tracciabilità di questi prodotti.

Le ferriti di Cassano

Quando lo sguardo si solleva dal terreno, viene voglia di mettersi ad urlare contro il cielo. Sembra quasi che le montagne del Pollino osservino impietosite la piana di Sibari, il più incantevole dei paesaggi della Magna Grecia. Nessun angolo di Mediterraneo è mai stato aggredito a tradimento come questo. Negli anni novanta, per aggirare gli elevati costi dello smaltimento negli impianti a norma, 35mila tonnellate di ferriti di zinco provenienti dalla Pertusola sud di Crotone, gruppo ENI, sono state sotterrate abusivamente qui, in mezzo ad agrumeti, pescheti ed uliveti, nelle zone di Prainetta, Capraro e Tre Ponti, nei comuni di Cassano, Cerchiara e chissà dove. Mancherebbero all’appello infatti altre 120mila tonnellate di scorie. La gente della piana è abituata a mormorare. Si racconta di intere famiglie morte di cancro. Abitavano nei pressi delle zone contaminate. Non è abituato a parlare sottovoce invece il dottor Antonio Alfano. Da queste parti, lui e i suoi colleghi medici di base hanno rilevato una diffusione impressionante di malattie tumorali. C’è pure un Comitato spontaneo per l’ambiente e la salute, molto attivo. Il portavoce Peppe Carrozza ricorda che nel 2006 uno studio del Commissario per l’Emergenza Ambientale ha riscontrato la presenza nel sottosuolo di metalli pesanti fino a 12 metri di profondità. Per Alfredo Campanella del direttivo provinciale PRC, che se ne occupa da 15 anni, “questa è un’odissea”. Anche la parlamentare Angela Napoli ipotizza che le ferriti siano state utilizzate nel cassanese, come a Crotone, per costruire edifici pubblici. La più autorevole delle voci è quella dello scrittore Pasquale Golia che ha dedicato alla vicenda due intensi capitoli del suo libro “Giornalista di periferia”, edito da La Rondine. Da anni Golia scava nelle carte giudiziarie e nelle verità nascoste.

La situazione odierna è tutt’altro che chiara. Regione e ministero dell’Ambiente hanno destinato tre milioni e 450mila euro alla bonifica. Secondo il ministero, è un’operazione che dovrebbe svolgere la Syndial, gruppo ENI. Quella stessa ENI che ha avvelenato Crotone. E la sagra delle beffe non finisce qui. Perché la gara d’appalto, bandita dai comuni, è stata vinta dalla Ecoge di Genova. In terra ligure, nel giugno scorso il suo presidente, Mamone, è stato coinvolto nell’operazione “Pandora” con l’accusa di “associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta”. Ecoge si è sempre dichiarata estranea a qualsiasi ipotesi accusatoria, ribadendo la limpidezza delle proprie attività ed escludendo ogni possibile contatto con ambienti delinquenziali. Nella Sibaritide ha affidato in subappalto la caratterizzazione dei terreni contaminati dalle scorie alla società “Ambiente” di Carrara. Costo dei lavori: 257.700 euro.

E così piove sul bagnato e sulle ferriti. Stando alle previsioni del comune di Cassano, presto le popolazioni che abitano nella Sibaritide dovrebbero ricevere costose informazioni su una verità che conoscono bene già da anni. Infatti, erano previste per il 31 marzo le “determinazioni analitiche” relative ai terreni sottoposti a rilevamenti. Entro la metà di aprile, dovrebbe essere resi noti anche i risultati ufficiali delle analisi sulle aree circostanti. I teloni di contenimento, oggi deteriorati dall’incuria e dal tempo, testimoniano che tutti sanno dove sono le ferriti. Non sono visibili né transenne né segnali di pericolo. Su una recinzione è appeso un foglietto largo venti centimetri recante la scritta: “area sottoposta a sequestro”.

In passato, la vicenda ha attraversato i tribunali calabresi. All’inizio, l’arresto dell’allora assessore regionale Sergio Stancato e di qualche funzionario. L’inchiesta è stata poi divisa in due tronconi, uno dei quali dedicato al reato ambientale, che non ha coinvolto il livello politico. Dopo un tortuoso ed estenuante procedimento seguito per Legambiente dagli avvocati Rodolfo Ambrosio e Francesco Martorelli, è avvenuta la derubricazione del reato. Infine, la prescrizione.

Recentemente, ai piedi del Pollino, anche la procura di Castrovillari ha aperto un nuovo fascicolo. L’accusa: omessa bonifica. Indagati i responsabili legali della Syndial, gruppo ENI.

Il sindaco di Cassano allo Ionio, Gianluca Gallo, ribadisce che a partire dalla primavera del 2008, “ad aggrovigliare nuovamente il corso delle attività di risanamento sono intervenute alcune indecisioni della Regione Calabria e l’ondivago comportamento della Syndial”. La società “ha presentato ricorso al Tar Calabria all’indomani della decisione, assunta in sede di conferenza di servizi, di demandare a Regione e Comuni l’attuazione del piano di risanamento”. Inoltre, Gallo ricorda che “nel gennaio del 2009, quasi dimenticando di aver essa stessa già affidato al Comune di Cassano il compito di avviare la bonifica, proprio la Regione siglò un’intesa con Syndial, salvo poi ritornare sui propri passi. Con detto accordo si demandava alla Syndial il compito di procedere da sé alla bonifica, così ponendo il Comune e gli amministratori cassanesi nell’impossibilità di procedere autonomamente coi fondi già stanziati dallo stesso ministero dell’Ambiente che ci diffidò ad andare avanti, scrivendoci che se avessimo agito spendendo i fondi ministeriali in pendenza della disponibilità della Syndial a provvedere da sé alla bonifica, saremmo stati passibili addirittura di denuncia alla Corte dei Conti”.

Dunque, stavolta la Calabria e i Calabresi c’entrano poco. È solo l’ennesimo caso di “shock economy”: l’economia dei disastri! E a 2500 anni da un’antica inimicizia, Crotonesi e Sibariti sono uniti nella disgrazia.

il manifesto – domenica 11 aprile 2010 Claudio Dionesalvi- Silvio Messinetti- Crotone

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Nessuno ci deve imbrogliare!

Comunicato congiunto del comitato civico “Natale de Grazia – Amantea” e del Forum Ambientalista in occasione del dibattito su “Devastazioni Ambientali e Navi dei Veleni tra ‘Ndrangheta e Politica” (Cetraro, 22 settembre 2009)
De Grazia

Il comandante Natale de Grazia

Nella valle del fiume Oliva è stata accertata la presenza di un fortissimo tasso di radioattività; lo confermano i rilievi effettuati dall’Arpacal per conto della Procura di Paola, dai tecnici del Min. dell’ambiente e dai Carabinieri del NOE. Al largo di Cetraro è stata accertata la presenza di una nave affondata con tutto il suo carico di veleni, quasi certamente scorie tossiche e nucleari trasportate dalla Mn. Cunski, affondata dalla ndrangheta per conto di bande assassine  e di chissà quali “servizi” nazionali ed internazionali. Di fronte a questi disastri ecologici accertati, ed a quanti altri ve ne sono nella nostra terra e nei nostri mari, finora il governo nazionale non si è mosso per come avrebbe dovuto fare convocandosi in forma straordinaria ed urgente  e stanziando i fondi necessari. La lentezza delle iniziative governative incomincia a preoccupare ed a far sospettare tentativi di depistaggi programmati e di disinformazione, come è già avvenuto sulla vicenda della Jolly Rosso. A risolvere i problemi connessi a questo disastro ecologico ed ambientale non possono bastare la buona volontà e l’attivismo di un Procuratore della Repubblica e di un assessore regionale.

Non chiediamo rassicurazioni ma verità provate e dimostrate a tutti noi che siamo i cittadini interessati colpiti da questa immane tragedia.

Non ci basta che venga misurata la radioattività presente ad Oliva ma vogliamo che vengano scoperti e portati alla luce tutti i materiali inquinanti sepolti in quella valle dell’inferno. Non ci basta qualche prelievo fatto da una nave “ministeriale” al largo di Cetraro ma vogliamo che i fusti sepolti a 480 metri di profondità vengano tutti recuperati ed analizzati. Vogliamo che vengano ricercate anche le altre “navi a perdere” affondate nei nostri mari con i loro carichi mortali. Vogliamo che si faccia presto perché la nostra salute è ad alto rischio e sull’economia vi saranno ricadute negative pesantissime.

La mobilitazione della popolazione deve essere massima, continua e forte.

Le istituzioni locali e regionali devono fare la loro parte e seguire tutti i percorsi necessari a tenere alta la mobilitazione, compreso il compimento di atti eclatanti e formalmente poco ortodossi.I sindaci in particolare devono vigilare uniti contro ogni tentativo di sottostimare il pericolo e di rabbonire le popolazioni senza ragion veduta.

Chiediamo a tutti i cittadini del Tirreno di costruire in ogni Comune  Comitati civici di lotta per fare, tutti insieme, pressione su coloro che devono intervenire. Di fronte a questa tragedia ogni forma di lotta è legittima. Organizziamo fin da subito una grande manifestazione dalla Calabria a Roma. Chiediamo l’intervento della U.E. e dei suoi organismi di difesa dell’ambiente e della salute.

Soltanto la nostra unità di lotta potrà impedire che ancora una volta  prendano per i fondelli una popolazione tanto bistrattata, tradita ed umiliata.

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Linea Messina querela Cirillo per articoli sulla Jolly Rosso

Francesco Cirillo a San Pietro in Amantea

Francesco Cirillo a San Pietro in Amantea

LA SOCIETA’ MESSINA QUERELA PER DIFFAMAZIONE IL GIORNALISTA FRANCESCO CIRILLO PER GLI ARTICOLI SULLA JOLLY ROSSO

Il boss Muto fa scuola ed ecco arrivare una querela per diffamazione da parte della Messina a nome di Paolo Messina per violazione art.595 e 596 bis del CP ed art.13 L.47/48 . Gli articoli che hanno dato fastidio alla Messina sono quelli scritti per il settimanale Mezzoeuro e pubblicati sul sito www.sciroccorosso.org

Francesco Cirillo ha nominato come difensori gli avvocati Natalia Branda del foro di Diamante e Marcello Nardi e Rodolfo Ambrosio della Legambiente del foro di Cosenza. ” E’ un processo che farò davvero con piacere. – ha dichiarato Francesco Cirillo- Finalmente potremo interrogare questi personaggi che hanno distrutto la nostra Calabria con il traffico delle loro navi e con la Jolly Rosso in particolare, chiedendo loro dove sta la diffamazione nel riferire fatti e circostanze che sono allo studio della magistratura paolana e riportati da tutta la stampa nazionale e regionale, che a questo punto si vedrà querelare in blocco dalla Messina”.

“Quello che sta succedendo in Calabria- continua Cirillo- e nel mare tirreno è di una gravità inaudita. A sentirsi diffamata è la Regione intera, una cittadinanza intera che sta soffrendo per le morti di tumore provocati dal carico di questa maledetta nave. Credo che tutti gli avvocati della Calabria si debbano costituire in questo processo, così come la regione, la provincia i singoli comuni, diffamati e calunniati, per colpa di criminali senza scrupoli che hanno fatto della nostra regione terra bruciata per i loro loschi traffici. Ringrazio Messina e soci per l’opportunità che mi da di guardarci negli occhi e di rendere pubblico tutta la vicenda della nave dei veleni”.

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Veleni radioattivi. Le richieste delle associazioni

Cosa chiedono le associazioni ambientaliste ai sindaci ed alle autorità istituzionali riunite a san Pietro d’Amantea.

Vista l’aggravarsi della situazione venutasi a creare dopo il ritrovamento della nave Cunsky nel mare di Cetraro ed il pericolo che il tutto si risolva nella solita routine istituzionale alla quale siamo stati abituati negli anni passati con archiviazioni e depistaggi.

Vista l’allarmarsi della popolazione che giustamente non mangia pesce né altri alimenti provenienti dalla valle dell’Olivo e zone limitrofe

Consci dell’azione positiva del Procuratore capo Bruno Giordano che comunque ha pochi mezzi e zero organico nella sua procura

CHIEDIAMO

Che:

- venga dichiarato lo stato d’emergenza in tutto il territorio costiero che va da Maratea ad Amantea

- che venga vietata la pesca in tutto il tratto costiero e la vendita di prodotti nella valle dell’Olivo

- che vengano indennizzati tutti i pescatori della costa e i contadini della valle dell’Olivo

- che venga effettuata un analisi epidemiologica in tutta la costa tirrenica e venga istituito e reso pubblico il registro dei tumori

- che vengano dati mezzi e risorsi alla regione Calabria perchè immediatamente vengano recuperate la nave Cunsky davanti Cetraro e la Vaporais davanti Maratea ed il loro carico radioattivo e tossico

- che venga bonificata tutta la valle dell’Olivo nei luoghi indicati e conosciuti dove risultano sepolti i rifiuti

- che venga riaperta l’inchiesta sulla Jolly Rosso e vengano perseguiti i responsabili del tentato affondamento e si scoprano i responsabili del seppellimento dei rifiuti, delle ditte che vi hanno lavorato, di coloro che hanno depistato l’inchiesta

Comitato Civico Natale De Grazia
Forum Ambientalista del Tirreno
Movimento Ambientalista del Tirreno
Comitato Beni Comuni
Uni Cobas

San Pietro in Amantea (CS), 18/09/09

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Jolly Rosso, tra affondamenti e affossamenti, timori e tumori

Guarda anche il video girato dal RAV (34 min)

E’ la “jollyrossite”. Tutti adesso si accorgono della Jolly Rosso. Le interrogazioni parlamentari fioccano a tutti i livelli, da quelle alla provincia di Cosenza, alla regione, alla povera ministra Prestigiacomo che di ambiente non ne sa un acca figuriamoci di navi fantasma e rifiuti tossici. Le notizie rimbalzano da un quotidiano all’altro, spesso spacciando notizie nuove per vecchie, ma che dimostrano tutte come la Jolly Rosso resti un mistero che non si vuole svelare. Ci chiediamo, ma se si sa tutto, perchè non si interviene dove si deve intervenire. Se si conoscono tutti i luoghi dove è stato sepolto materiale tossico o no, perchè non si inizia una bonifica seria e totale, ripetiamo totale, per far si che le voci timorose di una pandemia radioattiva si plachino. Gettare le notizie sul fuoco , così a vanvera crea solo panico fra la popolazione e nessun approccio razionale alla questione. [continua a leggere l'articolo direttamente sul blog di Francesco Cirillo]

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Interpellanza sullo spiaggiamento della motonave Rosso ad Amantea e sul traffico illecito di rifiuti

uid_11d0e59a7302500REALACCI, CENTO, VIGNI, MEDURI, BANTI, LION e VIANELLO.

- Al Ministro dell’interno, al Ministro degli affari esteri, al Ministro della giustizia, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio. – Per sapere – premesso che:
dal servizio giornalistico Una nave rosso veleno pubblicata, il 10 giugno 2004, dal settimanale L’Espresso, parrebbero emergere novità di assoluto rilievo riguardanti l’inchiesta ancora aperta dalla procura di Paola per il caso dello spiaggiamento, avvenuto il 14 dicembre 1990 in località Formiciche (comune di Amantea in provincia di Cosenza), della motonave Rosso, appartenente alla compagnia di navigazione Ignazio Messina;
dall’inchiesta giornalistica emerge, tra i punti più rilevanti, che: sia il titolare della ditta che si occupò della demolizione della Motonave Rosso, Nunziante Cannevale, che un sommozzatore incaricato dal Registro Navale Italiano hanno dichiarano di non aver rinvenuto alcuna falla nella fiancata della nave spiaggiata. Una ulteriore riprova viene fornita anche dalle riprese contenute in una videocassetta amatoriale, realizzata a Formiciche nei giorni dopo lo spiaggiamento e acquisita agli atti dalla Procura di Paola;
lo stesso Cannevale riferisce ai carabinieri che le ditte intervenute prima della demolizione incomprensibilmente abbiano aperto in una fase successiva, dopo lo spiaggiamento della Rosso, uno squarcio enorme sulla fiancata sinistra non visibile da terra e questi rilevano che tale apertura è servita “per fare uscire dalla stiva qualcosa di importante e voluminoso”;
nel 1991 venne chiamata dalla Compagnia Ignazio Messina la società olandese Smit Tak “società specializzata in bonifiche a seguito di incidenti radioattivi, che secondo quanto attestato dal procuratore capo di Reggio Calabria, Franco Scuderi davanti alla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti. La Società rinunciò dopo 17 giorni all’incarico;
sembrerebbero esistere testimonianze rese alla Procura di Paola che attesterebbero l’interramento illegale dei rifiuti provenienti dalla Rosso in almeno due diverse località (località Grassullo, comune di Amantea, provincia di Cosenza e in località Foresta, comune di Serra D’Aiello, provincia di Cosenza);
Giuseppe Bellantone, comandante in seconda della Capitaneria di Porto di Vibo Valentia, intervenuta sul posto insieme ai carabinieri, ha testimoniato che già il 15 dicembre 1990, ad un giorno dallo spiaggiamento, a bordo del relitto della Rosso si sarebbero presentati “agenti dei servizi segreti” e che rinvenne sulla plancia della motonave documenti che a suo dire, come riporta il settimanale L’Espresso: “richiamavano la natura della radioattività ed erano introdotti dalla sigla ODM” ossia Oceanic Disposal Management Inc., società (ancora attiva) creata da Giorgio Comerio, che pretendeva di mettere in opera su scala mondiale operazioni di seppellimento nei fondali marini di scorie radioattive, in violazione della convenzione di Londra del 1993 sull’inquinamento marino provocato dallo scarico in mare di rifiuti;
tra le carte rinvenute sulla plancia della Rosso, secondo quanto attestato dal procuratore capo di Reggio Calabria Scuderi, c’era pure una mappa marittima con evidenziate una serie di siti. La stessa documentazione, mappa compresa (pubblicata sempre sulle pagine de L’Espresso), viene ereditata dalla magistratura di Paola. La mappa riporta una lunga lista di nomi di navi affondate nel Mediterraneo;
il ruolo di Giorgio Comerio negli affari legati alla vicenda delle “navi a perdere” viene confermato dal procuratore Capo di Reggio Calabria e dagli atti della Commissione monocamerale d’inchiesta sui rifiuti del 1996 e, come riportato nell’inchiesta giornalistica de L’Espresso, e nella Relazione della Commissione bicamerale del 25 ottobre 2000 in cui lo stesso viene indicato come “il faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia”;
Renato Pent, definito dagli inquirenti, come riportato da L’Espresso, “noto trafficante di rifiuti tossico-nocivi” ha parlato di accordi tra Comerio e alcuni Governi esteri;
secondo la testimonianza resa ai carabinieri nel 1995 da Maria Luigia Giuseppina Nitti, Giorgio Comerio “… verso la fine del nostro rapporto mi esternò di appartenere ai servizi segreti…”, “nonché di vendere armi a vari Governi esteri e di avere contatti con ambienti mafiosi”;
a proposito dei legami tra Comerio e La Società di navigazione Ignazio Messina nel servizio del settimanale L’Espresso viene riportato che in una nota informativa i carabinieri scrivono: “La Società Ignazio Messina imbarca presso il porto di Napoli e presso altri porti del Sud merci pericolose e rifiuti radioattivi con destinazione sconosciuta”;
per quanto riguarda la questione riferita ai rifiuti radioattivi, emerge, sempre dall’inchiesta de L’Espresso, il ruolo assunto da Giorgio Comerio;
a proposito delle connessioni tra i traffici denunciati, nel servizio giornalistico, e la vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, come riportato da L’Espresso emerge che: “…Un lavoro investigativo con al centro l’affondamento di una serie di navi avvenuto nei mari Tirreno e Jonio, ma che al suo interno racchiude molteplici ragioni d’allarme. Il sospetto degli inquirenti è che a bordo di quelle navi ci fossero rifiuti tossici e radioattivi, e che attorno a questa vicenda, legata a nazioni europee e non, si sia mossa una rete impressionante di faccendieri, trafficanti d’armi e agenti dei servizi segreti, uomini di governo e mafiosi. Tutti connessi da affari che in alcuni passaggi si incrociano con la Somalia e gli eventi che il 20 marzo 1994 sono costati la vita alla giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e all’operatore Miran Hrovatin…”;
viene riportato nel prosieguo del testo dell’indagine giornalistica de L’Espresso uno stralcio della relazione conclusiva dell’11 marzo 1996 della Commissione monocamerale d’inchiesta sui rifiuti in cui proprio in relazione al ruolo di Comerio e al “suo progetto ODM” la Commissione segnala, come riportato “… l’esistenza, documentalmente provata di intense attività di intermediazione poste in essere tra i titolari di queste presunte attività di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi e la Somalia” sottolineando le coincidenze con il caso Alpi/Hrovatin…;
molte delle vicende riportate da L’Espresso sono state oggetto di dossier elaborati dalle associazioni ambientaliste Greenpeace Internazionale, Legambiente Onlus e WWF Italia Onlus, consegnati a suo tempo alle Commissioni parlamentari e alle altre istituzioni competenti, relativi alle implicazioni nazionali e internazionali del traffico illecito di rifiuti pericolosi e radioattivi e al coinvolgimento in queste attività della criminalità organizzata -:
se vogliano garantire le risorse economiche affinché la procura di Paola possa compiere le necessarie campagne di indagine, eventuale recupero e analisi dei rifiuti interrati;
quali siano le informazioni in possesso del Governo sull’esistenza e l’attività di una rete internazionale per il traffico illecito di rifiuti pericolosi e radioattivi via mare, che sembra avere interessi consolidati, che coinvolgono molti gruppi imprenditoriali e basi operative nel nostro Paese nonché sul ruolo della criminalità organizzata nella gestione del traffico illecito via mare di rifiuti radioattivi e pericolosi in ambito nazionale ed internazionale e di come questo si intrecci con il traffico di armi;
se risponda al vero che Giorgio Comerio sarebbe in qualche modo collegato ai servizi segreti;
se risulti, come riferito da testimoni, che personale dei servizi avrebbe svolto indagini il 15 dicembre 1990 sul relitto spiaggiato della Motonave Rosso;
se il Governo disponga di informazioni circa eventuali nessi tra gli scenari descritti nel servizio giornalistico de L’Espresso e negli atti della Commissione parlamentare sulla gestione del ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse e le indagini riguardanti la vicenda Alpi/Hrovatin.
(4-10257)

JollyRossoRisposta. – Il 14 dicembre 1990, la motonave “Rosso” (ex Jolly Rosso), con bandiera italiana e di proprietà della società Ignazio Messina e C. con sede a Genova, partita dal porto di Malta con destinazione La Spezia, si è arenata sulla spiaggia di Camponara San Giovanni, frazione di Amantea, in provincia di Cosenza.
La motonave, con a bordo 16 membri di equipaggio, stava trasportando un carico di 9 containers contenenti, secondo quanto dichiarato dal comandante e dal primo ufficiale di coperta, 23.325 tonnellate di Nylon, 75.465 tonnellate di tabacco e 70 tonnellate di prodotti per bevande.
A seguito dell’incidente, l’armatore della nave ha adottato tutte le misure necessarie per prevenire eventuali danni all’ambiente marino, data la presenza a bordo di carburante e lubrificante, il cui quantitativo è stato determinato a seguito di un sopralluogo fatto eseguire dal registro italiano navale.
Il relitto è stato immediatamente circoscritto con panne galleggianti fornite dal rimorchiatore Corona, dislocato nel porto di Vibo Valentia.
Le operazioni di rimozione del combustibile, ad eccezione dei residui oleosi presenti nella stiva numero 2, sono iniziate il 22 dicembre 1990 e sono state affidate alla società “Siciliana Off Shore” srl ed alla “Calabria di Navigazione” s.r.l. Il lavoro è stato completato l’8 gennaio 1991.
In data 17 gennaio 1992, la proprietà del relitto è passata, dalla società Ignazio Messina e C., alla società “MO.SMO.DE” di Crotone che ha richiesto, alla capitaneria di porto di Vibo Valentia, l’autorizzazione alla demolizione della motonave ed alla bonifica dell’arenile.
Sugli accertamenti effettuati, si informa che la predetta capitaneria di porto di Vibo Valentia ha avviato una inchiesta da cui è emerso che l’arenamento della nave è stato causato dallo sbandamento di quest’ultima, per una infiltrazione d’acqua nella stiva poppiera e dal successivo blocco dei motori.
I vigili del fuoco di Catanzaro hanno, altresì, effettuato accertamenti, utilizzando specifiche apparecchiature per la misurazione della radioattività e non si è registrata alcuna contaminazione a livello del suolo.
Nel mese di giugno 2003 la procura della Repubblica di Lamezia Terme ha trasmesso, alla procura della Repubblica di Paola, gli atti relativi allo spiaggiamento della motonave “Rosso”.
Nel corso delle indagini, volte a verificare la fondatezza di un presunto traffico di rifiuti tossici, è stato evidenziato un ulteriore scavo nella zona di Serra d’Aiello, comune limitrofo ad Amantea, da parte delle maestranze della nave.
Questa notizia ha assunto un particolare interesse poiché era stato già autorizzato l’interramento, nella discarica comunale di Grassullo dell’agro Amantea, del carico ufficiale di bordo. Presso la Procura di Paola le indagini sono ancora in corso in quanto, anche sulla base di riprese videoamatoriali, acquisite dallo stesso ufficio, risulta che al momento dell’incidente la nave “galleggiava” e, solo in una fase successiva, presentava un’apertura sulla fiancata.
La vicenda, peraltro, è stata oggetto di due procedimenti penali, uno presso la pretura e, l’altro, presso il tribunale di Reggio Calabria, quest’ultimo conclusosi con decreto di archiviazione emesso dal Gip su conforme richiesta del pubblico ministero in data 14 novembre 2000.
Per quanto riguarda l’esistenza e l’attività di una rete internazionale per il traffico illecito di rifiuti pericolosi e radioattivi via mare, si precisa che la commissione monocamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, istituita nella precedente legislatura, si è già occupata di questi traffici.
Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico di armi.
In particolare l’inchiesta condotta dalla procura di Lecce ha individuato il cosiddetto “Progetto Urano”, finalizzato all’illecito smaltimento, in alcune aree del Sahara, di rifiuti industriali tossico-nocivi e radioattivi provenienti dai Paesi Europei.
Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia ed all’illecita gestione degli aiuti della direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo.
Le indagini avviate dalla magistratura calabrese nel 1994 su alcuni affondamenti sospetti nel Mediterraneo e, in particolare, lungo le coste calabresi e ioniche, hanno evidenziato un ruolo chiave del faccendiere Giorgio Comerio, in contatto con noti trafficanti di armi e coinvolto anche nella fabbricazione di telemine destinate a Paesi come l’Argentina.
Da una attenta analisi dei documenti è emerso un imponente progetto per lo smaltimento in mare dei rifiuti radioattivi con la scelta dei vari siti che, nel pianeta ed anche nel mare Mediterraneo, avrebbero raccolto i pericolosi rifiuti. In particolare, il Comerio, peraltro noto trafficante di armi, aveva in animo di modificare una nave RO-RO (le stesse navi utilizzate per affondare le scorie radioattive), precisamente la Jolly Rosso, per la costruzione di particolari ordigni (le telemine) o per l’alloggiamento e lancio dei penetratori. Successivamente il LLOYD di Londra appurava che la Jolly Rosso si era spiaggiata nel dicembre del 1990 a largo di Capo Suvero, nel territorio di Lamezia Terme e rottamata.
Dai registri dei Lloyds si rileva, infatti, che numerose sono le navi affondate in modo sospetto nel Mediterraneo. Tra queste assumono particolare rilievo, oltre alla “Rigel”, la motonave ASO, affondata il 16 maggio 1979 al largo di Locri, carica di 900 tonnellate di solfato ammonico, la motonave Mikigan, carica di granulato di marmo, affondata il 31 ottobre 1986 nel mar Tirreno.
Fortemente sospetto è anche l’affondamento della “Four Star I”, battente bandiera dello Sri Lanka, con carichi vari, affondata il 9 dicembre 1988 in un punto neppure noto dello Ionio meridionale, durante il viaggio da Barcellona ad Antalya (Turchia).
Per quanto riguarda la motonave “Rosso” (ex Jolly Rosso – famosa per essere la “nave dei veleni”), risulta che doveva essere adattata alla costruzione delle “telemine”, o alla collocazione ed al lancio dei “penetratori” contenenti i rifiuti delle centrali nucleari di tutti i paesi europei con i quali, lo stesso Comerio, ha trattato e concluso contratti di smaltimento.
Dalle indagini eseguite dalla capitaneria di porto di Vibo Valentia sulle cause dello “spiaggiamento” della nave, o meglio dal suo “non riuscito” affondamento, risulta una similitudine con le modalità che hanno visto come protagonisti gli equipaggi e i comandanti delle motonavi già menzionate.
La procura della Repubblica di Paola ha in corso, del resto, un procedimento penale relativo al presunto smaltimento di rifiuti pericolosi.

Nell’ambito di tale procedimento, nel gennaio 2004, la sezione inquinamento da sostanze radioattive del reparto operativo del comando carabinieri e tutela dell’ambiente, è stata delegata, dalla predetta procura, a svolgere indagini nelle zone interessate dall’incidente, con particolare riferimento a Grassullo nel comune di Amantea (Cosenza) e Foresta Aiello nel comune di Serra d’Aiello (Cosenza).
La procura ha chiesto l’effettuazione di misurazioni per un eventuale riscontro di radioattività, che non ha fatto registrare variazioni rilevanti rispetto al fondo naturale di radiazione dei luoghi. È stata individuata, invece, la presenza di fanghi di lavorazione industriale di minerale, abbandonati nell’area di demanio pubblico.
Si rappresenta, inoltre, che, a norma dell’articolo 4 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamenti in materia di spese di giustizia (decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 30 maggio 2002), le spese del processo che il magistrato ritiene di dover ordinare sono anticipate dall’erario; il pagamento è eseguito dal concessionario che utilizza “le entrate del bilancio dell’erario, di cui all’articolo 2, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 237 e successive modificazioni, nonché quelle di cui al presente testo unico, trattenendo le somme pagate da quelle destinate all’erario a fronte delle riscossioni (articolo 173 T.U.), o dall’ufficio postale (articolo 174 T.U.).
L’amministrazione centrale ha provveduto ad accreditare, ai funzionari delegati, i fondi del relativo capitolo di bilancio al fine di rimborsare all’ente poste ed ai concessionari per la riscossione quanto da loro anticipato per le medesime spese (articolo 183 T.U.)
Ne consegue che l’effettuazione di particolari indagini da parte della Procura non richiede, un apposito stanziamento da parte del ministero della giustizia, essendo le poste e i concessionari tenuti per legge ad anticipare le spese che il magistrato ha ritenuto indispensabili per l’accertamento dei reati oggetto di indagine.
Va, inoltre, segnalato che non risultano notizie che collegano la motonave Rosso ed il Comerio con la vicenda degli omicidi Hrovatin e Alpi. Quest’ultima compare, invece, nel procedimento archiviato nel 1997 nel quale il Comerio, agendo per conto della ODM (la già citata holding internazionale per l’inabissamento in mare di rifiuti tossico-nocivi), avrebbe avuto contatti con le autorità del Gambia e della Sierra Leone, con l’apparente obiettivo di realizzare sistemi per lo stoccaggio e lo smaltimento di scorie radioattive.
Si fa, infine, presente che, sulla base di quanto rappresentato dal SISDE, non sono emersi elementi riguardanti presunte indagini, svolte il 15 dicembre 1990, sul relitto spiaggiato della motonave Rosso.
È stato, altresì, segnalato che Giorgio Comerio non è mai stato dipendente del SISDE, né risultano collegamenti dello stesso con il suddetto organismo.
Il Ministro per i rapporti con il Parlamento: Carlo Giovanardi.

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