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Rifiuti tossici: così muore la Valle dell’Oliva

Duecentoquarantadue giorni fa: un’eternità. Era il 24 ottobre dello scorso anno e un fiume di trentamila anime sciamava lungo i viali di Amantea che costeggiano il Tirreno. Sfidavano pioggia e vento, in un autunno incalzante, per chiedere verità sulle navi radioattive infossate nei fondali marini e la bonifica di una vallata, quella del fiume Oliva, inquinata da materiali tossici e nocivi. La manifestazione fu un successo. Ma da allora una cappa di silenzio avvolge la vicenda. Una sequela imbarazzante di coperture ed omissioni, di insabbiamenti e reticenze.

I carotaggi

“Per evitare speculazioni e falsi allarmismi ancora una volta le chiedo di poterla incontrare per essere informato sullo stato dell’arte e per poter informare, a mia volta, i cittadini che sono profondamente allarmati per una situazione su cui, da mesi, non riescono ad avere notizie ufficiali e definitive”. È questo l’accorato appello che il sindaco di Aiello Calabro, Franco Iacucci, ha rivolto nei giorni scorsi al Procuratore capo di Paola Bruno Giordano, per conoscere i dettagli dei carotaggi che si stanno effettuando nell’agro del fiume Oliva, vicino Amantea, nell’ambito della caratterizzazione eseguita dagli operai della Toma Abele Trivellazioni di Matera coadiuvati dagli esperti dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

E, mentre si attendono i risultati definitivi degli esami sui campioni che, alla fine del mese, saranno affidati a tre laboratori che effettueranno, in modo autonomo l’uno dall’altro, sia analisi radiometriche, che chimiche, la valle dell’Oliva lentamente muore. “Perché oggi quel fiume non c’è più ed io, ogni volta che ritorno, ripercorro con la memoria i tempi passati e piango come un bambino- spiega commosso Alfonso Lorelli del Comitato civico Natale De Grazia- e vorrei sapere, ma ancora non so, chi e quanti hanno ridotto il mio fiume ad una discarica di materiali tossici trasformandolo da donatore di vita a seminatore di morte e di malattie. In questi tempi mi reco spesso lungo l’Oliva per osservare tutte le sue ferite causate dall’insensatezza e dalla criminalità umana e ogni volta mi viene in mente la bellezza incontaminata di questa vallata che tanto ho amato. Ricordo i filari maestosi di eucalipti e di pioppi che si snodavano lungo la riva destra il cui ‘stormir di fronde’ ci rallegrava quando andavamo al fiume a controllare la derivazione dell’acqua immessa nell’acquaro grande che serviva per irrigare i cento ettari di terreno fertilissimo della Marinella. Ricordo i tantissimi salici piangenti distribuiti lungo gli argini delle due rive opposte e i tanti piccoli acquitrini dove pescavamo le rane ed i pesciolini di acqua dolce e le anguille che in certi periodi dell’anno risalivano il fiume”. Allora l’Oliva era incontaminato e rappresentava il polmone acquifero di un’intera comunità. “Veniva pulito ogni anno dai contadini limitrofi che sapevano bene come dalle sue acque dipendesse la vita e la qualità dei loro prodotti. Sui terreni demaniali si coltivavano le noci-pesche più saporite ed odorose di tutta la Calabria, una produzione di nicchia che scomparve non appena le acque del fiume persero la loro antica purezza” conclude Lorelli.

“Una bomba ecologica”

Forse hanno ragione gli scettici incalliti. Non sapremo mai se, dove, da chi, siano state affondate le “navi dei veleni”. Però in Calabria certi veleni si possono vedere, toccare, e stanno provocando una strage diluita nel tempo. Nonostante l’omertà, gli interessi o la ragion di Stato spingano ancora qualcuno ad accusare i comitati ambientalisti di essere apocalittici, addirittura antituristici.

Tra quanti non si rassegnano al silenzio, c’è il capo della procura di Paola, Bruno Giordano, titolare dell’inchiesta sui rifiuti tossici interrati nell’alveo del fiume Oliva. All’esito degli ultimi carotaggi, nell’area sono stati rinvenuti fanghi industriali altamente inquinanti. Ci riceve negli uffici della Procura nel Rione Giacontesi, a due passi dall’area pedonale di Corso Roma, e parla a ruota libera, senza reticenza alcuna. “Era già emerso circa due anni fa -spiega Giordano- quando sulla briglia del fiume riscontrammo la presenza di metalli pesanti, tra cui il mercurio. Nel cosiddetto “rilevato” trovammo anche cesio 137 a quattro metri di profondità. Quindi non cesio da ricaduta, ma probabilmente terreno infetto trasportato da altre aree. Così allora conclusero i consulenti. Recentemente abbiamo individuato una vasta presenza di sostanze chimiche anche nelle contrade Carbonara e Giani dove c’è un terreno di due o tre ettari” quasi interamente interessato “dal deposito di questi fanghi industriali nocivi. La benna è arrivata a 5 metri e mezzo di profondità, non ha toccato il fondo. È probabile che si estendano per una profondità ancora maggiore nel sottosuolo. Il quadro è abbastanza allarmante, sia per la sicurezza complessiva del territorio, sia per le prospettive di bonifica. Ci vorrà un notevole sforzo logistico ed un impegno economico enorme”.

Ma da dove arrivano queste scorie? In tanti continuano a chiedersi se esista un possibile collegamento con la vicenda della motonave “Jolly Rosso” spiaggiata il 14 dicembre 1990 a poca distanza dalla foce del fiume Oliva. Il procuratore chiarisce che saranno le analisi a dirci “la loro probabile provenienza”. Mancano però i testimoni. E diverse industrie nel nostro Paese “sono in condizioni di produrre attualmente fanghi di quella tipologia”.

Danni comunque incalcolabili. “L’effetto diluente dell’acqua piovana negli anni ha già provocato le sue conseguenze, infiltrando le eventuali sostanze nocive anche nelle falde acquifere. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria bomba ecologica”. Inquietudine per la radioattività registrata nell’area, e in particolare in una cava. In questo caso l’Ispra propende per un fenomeno naturale, “dovuto all’uranio 235 e al potassio, alla tipologia particolare di rocce che nella fase estrattiva da grande profondità sono state riportate in superficie”. È un’ipotesi. “In ogni caso -precisa Giordano- il livello di intasamento di fattori inquinanti dovuti ai fanghi industriali, è tale da suscitare serie preoccupazioni”.

E il ruolo della criminalità organizzata? “Qualora lo avessimo ipotizzato, avremmo già trasmesso gli atti alla DDA di Catanzaro”. Il procuratore ritiene più probabile si possa trattare di “persone prive di scrupoli, che si sono prestate a questo indegno commercio” e non a caso hanno scelto la vallata dell’Oliva: “non essendo presenti insediamenti industriali, a chi poteva venire in mente che da altre parti d’Italia i rifiuti potessero essere dislocati nell’alveo di quel torrente?” Più che stringersi, il cerchio dunque si allarga: “È una forma spregiudicata ed “economica” da parte di tante aziende pubbliche o private che siano, di utilizzare il territorio come discarica abusiva per risparmiare, eliminare o abbattere i costi dello smaltimento legale”. Un tempo lungo la riva destra del fiume Oliva si snodava l’antica strada comunale Amantea- Aiello, una mulattiera attraversata giornalmente da centinaia di asini, da carri trainati da buoi che portavano verso la marina i prodotti dell’economia di montagna e verso l’entroterra i prodotti ittici con le famose alici di Amantea. Lungo la riva sinistra vi era invece la fontana di Foresta dove si attingeva l’acqua da bere, ritenuta la migliore della zona. Oggi tutto questo non c’è più, sventrato dalle cave e cancellato dalle discariche. E la valle dell’Oliva lentamente muore.

su “il manifesto”, giovedì 22 luglio 2010

di Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti – Paola (Cs)

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ROSSANO NO COKE “No alla centrale. Ambientalisti in piazza”

Sabato 12 a Rossano Calabro i Verdi sono scesi in piazza per dire no al progetto di riconversione a carbone della centrale ENEL. Presenti alla manifestazione anche esponenti istituzionali e altre forze politiche. Si è inoltre riunito il coordinamento regionale nato dopo il grande corteo dell’ottobre scorso ad Amantea contro le “navi dei veleni”, dandosi nuovamente appuntamento a Rossano per il prossimo 17 luglio, quando si ritroverà il Forum delle associazioni in difesa dell’ambiente.

pubblicato su  “il manifesto” – domenica 13 giugno 2010 – Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti

C’è una strada in Calabria che è la metafora delle immense contraddizioni di queste terre. Seicento chilometri dove vecchio fatiscente e nuovo incomprensibile convivono nel provvisorio. Un’arteria dissestata tra marciapiedi sbrecciati e tetti diseguali. Un fiume d’asfalto scadente, contornato, però, da sgargianti colori. C’è il giallo dello sparto e della ginestra, il verde dei carrubi, il rosa del rododendro e dei grappoli delle tamerici, l’azzurro dello Jonio. È la statale 106 e collega Reggio a Taranto. E a metà del cammino, da poco lasciata la provincia di Crotone e varcata quella di Cosenza, le alte ciminiere della centrale Enel di Rossano le vedi a destra stagliarsi all’orizzonte.

Costruita nel 1976, la centrale termoelettrica di Rossano, sita in contrada Cutura, era originariamente costituita da quattro sezioni a vapore da 320 MW ciascuna. Negli anni Novanta è stato portato a compimento il processo di ripotenziamento delle sezioni a vapore realizzando un ciclo combinato. L’impianto si compone attualmente di quattro unità turbogas da 114 MW. La centrale gestisce la Rete di rilevamento qualità dell’aria ed è sede del Centro di raccolta ed elaborazione dei dati che vengono trasmessi in continuo dalle 8 stazioni dislocate nel territorio in un raggio di 25 chilometri. Insomma, una centrale elettrica, alimentata a gas metano ed olio combustibile, di grandi dimensioni e di livello internazionale.

Il progetto di riconversione a carbone

Ma il 12 maggio scorso, Enel ufficializza ciò che era già nell’aria da tempo: un megaprogetto di riconversione energetica della centrale. Il progetto attiene alla realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica di tipo integrato pluricombustibile (carbone, gas naturale, solare e biomasse). L’investimento complessivo sarà di 1,2 miliardi di euro e prevede un’occupazione media di 750 addetti nella fase di realizzazione e di 150 nella fase di esercizio. Per il trasporto e l’utilizzo del carbone “ci si avvarrà delle tecnologie più innovative, utilizzando una nave madre che resterà ormeggiata a 5 chilometri dalla costa e navette ermetiche che trasporteranno il carbone senza dispersioni di polveri e senza consentirne la visibilità; lo scarico dello stesso avverrà sottovuoto e su nastri chiusi, che lo trasferiranno direttamente alla centrale. Il tutto avvalendosi di strumentazioni e processi che garantiscono la massima sicurezza per il territorio e per l’ambiente”.

Ma, nonostante le rassicurazioni di Enel, i dubbi e le preoccupazioni permangono specie nella galassia ambientalista. Secondo cui il progetto di Rossano altro non è che la punta dell’ iceberg di una riconversione tecnologica “al contrario” che vede protagonista l’Italia. Infatti, mentre gli altri Paesi, per ridurre la dipendenza del petrolio come fonte di produzione di energia elettrica, si attrezzano con un massiccio ricorso alle energie rinnovabili, il Governo Berlusconi pensa, viceversa, ad un raddoppio secco della produzione di energia da carbone, dal 22 al 50%. Ecco spiegato il progetto di riconversione di Rossano, nella Sibaritide. Un ritorno al passato, un anacronistico balzo a ritroso all’Ottocento, ai romanzi di Charles Dickens, utile forse a far risparmiare un po’ di quattrini ai gestori che potranno contare nell’immediato su un combustibile più economico ma drammatico per le tasche e il futuro dei cittadini. In barba al protocollo di Kyoto, l’Italia, infatti, continua a produrre allegramente anidride carbonica, il gas principale responsabile dell’effetto serra. E il ricorso al carbone non farà che confermare questo trend. Con l’aumento delle temperature medie, la desertificazione del suolo, la moltiplicazione dei fenomeni meteorologici estremi come alluvioni e siccità.

Venti anni fa in Calabria, la centrale a carbone di Gioia Tauro fu il banco di prova di un movimento largo e composito- associazioni ambientaliste, amministrazioni comunali, cittadini, studenti- che fu costretto a ragionare sul problema della centralità dell’energia per lo sviluppo, rifiutando modelli imposti e precostituiti e proponendosi come laboratorio per la ricerca e la formazione nel campo delle energie alternative. Oggi, sulla scia di questa esperienza ventennale, anche nello Jonio cosentino si prova a coagulare un combattivo movimento di opposizione.

La mobilitazione dei No coke

Da ormai 20 anni nella Sibaritide i pomodori non crescono più. I germogli appassiscono! Eppure in passato qui se ne coltivavano tonnellate. Difficile isolare una causa. Stringendo le spalle, la gente osserva il paesaggio e le foto di parenti e amici uccisi dal cancro. Certe inquietudini trovano ora riscontro nei preoccupanti risultati delle analisi effettuate nei siti di Cassano, Francavilla e Cerchiara, interessati dallo smaltimento illecito di scorie industriali provenienti dalla Pertusola di Crotone. I dati confermano la presenza massiccia di ferriti di zinco nell’ambiente.

Pochi chilometri più a sud, anche i Rossanesi pongono domande. Lo fanno i giovani della frazione Piragineti, preoccupati per i tanti casi di tumori registrati in quelle contrade. Su Facebook hanno dato vita al gruppo “Mattanza Rossano”. Capita pure che ogni tanto scoppino partecipate proteste. È accaduto a Bucita, contro la locale discarica. Sembravano invece sopite le tensioni che da 35 anni aleggiano intorno alla centrale Enel e al suo impatto ambientale. Ma di fronte al progetto di riconversione, tutti sono pronti a dissotterrare l’ascia di guerra. Tutti, tranne un manipolo di operai della centrale, disposti persino “a morire di tumore ed a mangiare pane e carbone” pur di conservare il posto di lavoro. Per il resto, si schierano compatti contro l’Enel ben 57 sindaci del comprensorio e 70 associazioni di categoria. Millecinquecento sono le firme legalizzate, raccolte in pochi giorni contro il piano di riconversione. Persino un consiglio comunale congiunto Rossano-Corigliano ha voluto intimare l’alt all’Enel.

Suona la carica Pietro Altavilla, del Sindacato dei Lavoratori: “Abbiamo dato vita ad un vastissimo fronte di associazioni, comitati, categorie produttive e culturali. Ci opporremo alla devastazione di un territorio ricco di storia, cultura, commercio e turismo”. Ogni estate la piana di Sibari raccoglie infatti due milioni di presenze. “Per non parlare della pesca – prosegue Altavilla -. Corigliano ospita la seconda flotta peschereccia del Mediterraneo. Il suo porto con fatica sta cercando di decollare anche nel settore commerciale e nel turistico. Ma nei progetti Enel, sarebbe al servizio della centrale e delle navi carboniere con conseguente traffico di polveri di carbone e gesso”.

Tra i più attivi, Fabio Menin, dell’associazione Amici del WWF Sila-Greca: “La Calabria del nord-est – spiega Menin – respinge questo tentativo neocolonizzatore. Unita, si schiera per il turismo, l’agricoltura e l’energia compatibile”. Riconvertita a carbone, la centrale produrrebbe 800 Megawatt, cioè meno di quanti ne sfornava prima. La spesa per chilowattora, esclusi i costi sociali, si dimezzerebbe. A parità di quantitativo, produrre elettricità bruciando carbone, costa la metà del sistema a gas. È concreta l’analisi dell’avvocato Amerigo Minnicelli, portavoce del Comitato per la Difesa e lo Sviluppo Sostenibile della Sibaritide: “In totale, entro il 2011 sarebbero 7000 i Megawatt di corrente installata sul territorio regionale, proveniente da fonti rinnovabili, convenzionali, e dal surplus della Sicilia (dati Terna). Sappiamo – spiega Minniceli – che in Calabria il consumo consolidato è tra 600 e 700 Megawatt. A che serve allora portare il carbone in questa regione? È utile alla strategia energetica o è soltanto un business per l’Enel? Di sicuro non incrementerà i posti di lavoro. Al contrario, li farà perdere. Nonostante la nostra mobilitazione, non abbiamo ancora ricevuto neanche una telefonata dall’Università di Arcavacata. Forse i docenti aspettano le consulenze dell’Enel?” Il comitato studia anche le mosse della Regione. La nuova giunta ha fatto sapere che rispetterà la volontà delle popolazioni locali, ma subito dopo ha avviato la revisione del Piano Energetico Ambientale Regionale. Visti gli interessi in campo, il nuovo PEAR potrebbe sempre ospitare un angolino nero riservato al carbone!

Sabato 12 a Rossano Calabro i Verdi sono scesi in piazza per dire no al progetto di riconversione a carbone della centrale ENEL. Presenti alla manifestazione anche esponenti istituzionali e altre forze politiche. Si è inoltre riunito il coordinamento regionale nato dopo il grande corteo dell’ottobre scorso ad Amantea contro le “navi dei veleni”, dandosi nuovamente appuntamento a Rossano per il prossimo 17 luglio, quando si ritroverà il Forum delle associazioni in difesa dell’ambiente.

il manifesto” – domenica 13 giugno 2010

ROSSANO NO COKE

No alla centrale.

Ambientalisti in piazza”

Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti

- Rossano Calabro (Cs)

C’è una strada in Calabria che è la metafora delle immense contraddizioni di queste terre. Seicento chilometri dove vecchio fatiscente e nuovo incomprensibile convivono nel provvisorio. Un’arteria dissestata tra marciapiedi sbrecciati e tetti diseguali. Un fiume d’asfalto scadente, contornato, però, da sgargianti colori. C’è il giallo dello sparto e della ginestra, il verde dei carrubi, il rosa del rododendro e dei grappoli delle tamerici, l’azzurro dello Jonio. È la statale 106 e collega Reggio a Taranto. E a metà del cammino, da poco lasciata la provincia di Crotone e varcata quella di Cosenza, le alte ciminiere della centrale Enel di Rossano le vedi a destra stagliarsi all’orizzonte.

Costruita nel 1976, la centrale termoelettrica di Rossano, sita in contrada Cutura, era originariamente costituita da quattro sezioni a vapore da 320 MW ciascuna. Negli anni Novanta è stato portato a compimento il processo di ripotenziamento delle sezioni a vapore realizzando un ciclo combinato. L’impianto si compone attualmente di quattro unità turbogas da 114 MW. La centrale gestisce la Rete di rilevamento qualità dell’aria ed è sede del Centro di raccolta ed elaborazione dei dati che vengono trasmessi in continuo dalle 8 stazioni dislocate nel territorio in un raggio di 25 chilometri. Insomma, una centrale elettrica, alimentata a gas metano ed olio combustibile, di grandi dimensioni e di livello internazionale.

Il progetto di riconversione a carbone

Ma il 12 maggio scorso, Enel ufficializza ciò che era già nell’aria da tempo: un megaprogetto di riconversione energetica della centrale. Il progetto attiene alla realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica di tipo integrato pluricombustibile (carbone, gas naturale, solare e biomasse). L’investimento complessivo sarà di 1,2 miliardi di euro e prevede un’occupazione media di 750 addetti nella fase di realizzazione e di 150 nella fase di esercizio. Per il trasporto e l’utilizzo del carbone “ci si avvarrà delle tecnologie più innovative, utilizzando una nave madre che resterà ormeggiata a 5 chilometri dalla costa e navette ermetiche che trasporteranno il carbone senza dispersioni di polveri e senza consentirne la visibilità; lo scarico dello stesso avverrà sottovuoto e su nastri chiusi, che lo trasferiranno direttamente alla centrale. Il tutto avvalendosi di strumentazioni e processi che garantiscono la massima sicurezza per il territorio e per l’ambiente”.

Ma, nonostante le rassicurazioni di Enel, i dubbi e le preoccupazioni permangono specie nella galassia ambientalista. Secondo cui il progetto di Rossano altro non è che la punta dell’ iceberg di una riconversione tecnologica “al contrario” che vede protagonista l’Italia. Infatti, mentre gli altri Paesi, per ridurre la dipendenza del petrolio come fonte di produzione di energia elettrica, si attrezzano con un massiccio ricorso alle energie rinnovabili, il Governo Berlusconi pensa, viceversa, ad un raddoppio secco della produzione di energia da carbone, dal 22 al 50%. Ecco spiegato il progetto di riconversione di Rossano, nella Sibaritide. Un ritorno al passato, un anacronistico balzo a ritroso all’Ottocento, ai romanzi di Charles Dickens, utile forse a far risparmiare un po’ di quattrini ai gestori che potranno contare nell’immediato su un combustibile più economico ma drammatico per le tasche e il futuro dei cittadini. In barba al protocollo di Kyoto, l’Italia, infatti, continua a produrre allegramente anidride carbonica, il gas principale responsabile dell’effetto serra. E il ricorso al carbone non farà che confermare questo trend. Con l’aumento delle temperature medie, la desertificazione del suolo, la moltiplicazione dei fenomeni meteorologici estremi come alluvioni e siccità.

Venti anni fa in Calabria, la centrale a carbone di Gioia Tauro fu il banco di prova di un movimento largo e composito- associazioni ambientaliste, amministrazioni comunali, cittadini, studenti- che fu costretto a ragionare sul problema della centralità dell’energia per lo sviluppo, rifiutando modelli imposti e precostituiti e proponendosi come laboratorio per la ricerca e la formazione nel campo delle energie alternative. Oggi, sulla scia di questa esperienza ventennale, anche nello Jonio cosentino si prova a coagulare un combattivo movimento di opposizione.

La mobilitazione dei No coke

Da ormai 20 anni nella Sibaritide i pomodori non crescono più. I germogli appassiscono! Eppure in passato qui se ne coltivavano tonnellate. Difficile isolare una causa. Stringendo le spalle, la gente osserva il paesaggio e le foto di parenti e amici uccisi dal cancro. Certe inquietudini trovano ora riscontro nei preoccupanti risultati delle analisi effettuate nei siti di Cassano, Francavilla e Cerchiara, interessati dallo smaltimento illecito di scorie industriali provenienti dalla Pertusola di Crotone. I dati confermano la presenza massiccia di ferriti di zinco nell’ambiente.

Pochi chilometri più a sud, anche i Rossanesi pongono domande. Lo fanno i giovani della frazione Piragineti, preoccupati per i tanti casi di tumori registrati in quelle contrade. Su Facebook hanno dato vita al gruppo “Mattanza Rossano”. Capita pure che ogni tanto scoppino partecipate proteste. È accaduto a Bucita, contro la locale discarica. Sembravano invece sopite le tensioni che da 35 anni aleggiano intorno alla centrale Enel e al suo impatto ambientale. Ma di fronte al progetto di riconversione, tutti sono pronti a dissotterrare l’ascia di guerra. Tutti, tranne un manipolo di operai della centrale, disposti persino “a morire di tumore ed a mangiare pane e carbone” pur di conservare il posto di lavoro. Per il resto, si schierano compatti contro l’Enel ben 57 sindaci del comprensorio e 70 associazioni di categoria. Millecinquecento sono le firme legalizzate, raccolte in pochi giorni contro il piano di riconversione. Persino un consiglio comunale congiunto Rossano-Corigliano ha voluto intimare l’alt all’Enel.

Suona la carica Pietro Altavilla, del Sindacato dei Lavoratori: “Abbiamo dato vita ad un vastissimo fronte di associazioni, comitati, categorie produttive e culturali. Ci opporremo alla devastazione di un territorio ricco di storia, cultura, commercio e turismo”. Ogni estate la piana di Sibari raccoglie infatti due milioni di presenze. “Per non parlare della pesca – prosegue Altavilla -. Corigliano ospita la seconda flotta peschereccia del Mediterraneo. Il suo porto con fatica sta cercando di decollare anche nel settore commerciale e nel turistico. Ma nei progetti Enel, sarebbe al servizio della centrale e delle navi carboniere con conseguente traffico di polveri di carbone e gesso”.

Tra i più attivi, Fabio Menin, dell’associazione Amici del WWF Sila-Greca: “La Calabria del nord-est – spiega Menin – respinge questo tentativo neocolonizzatore. Unita, si schiera per il turismo, l’agricoltura e l’energia compatibile”. Riconvertita a carbone, la centrale produrrebbe 800 Megawatt, cioè meno di quanti ne sfornava prima. La spesa per chilowattora, esclusi i costi sociali, si dimezzerebbe. A parità di quantitativo, produrre elettricità bruciando carbone, costa la metà del sistema a gas. È concreta l’analisi dell’avvocato Amerigo Minnicelli, portavoce del Comitato per la Difesa e lo Sviluppo Sostenibile della Sibaritide: “In totale, entro il 2011 sarebbero 7000 i Megawatt di corrente installata sul territorio regionale, proveniente da fonti rinnovabili, convenzionali, e dal surplus della Sicilia (dati Terna). Sappiamo – spiega Minniceli – che in Calabria il consumo consolidato è tra 600 e 700 Megawatt. A che serve allora portare il carbone in questa regione? È utile alla strategia energetica o è soltanto un business per l’Enel? Di sicuro non incrementerà i posti di lavoro. Al contrario, li farà perdere. Nonostante la nostra mobilitazione, non abbiamo ancora ricevuto neanche una telefonata dall’Università di Arcavacata. Forse i docenti aspettano le consulenze dell’Enel?” Il comitato studia anche le mosse della Regione. La nuova giunta ha fatto sapere che rispetterà la volontà delle popolazioni locali, ma subito dopo ha avviato la revisione del Piano Energetico Ambientale Regionale. Visti gli interessi in campo, il nuovo PEAR potrebbe sempre ospitare un angolino nero riservato al carbone!

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[inchiesta RaiNews24] La Calabria e i rifiuti

rainews24

Click sull'immagine per vedere l'inchiesta

In Calabria da 12 anni lo smaltimento dei rifiuti è gestito dal Commissario per l’emergenza ambientale. In emergenza da 12 anni, quindi, e il 31 dicembre scade anche l’ultimo mandato commissariale. Ma la situazione è ancora pesantissima. Poca raccolta differenziata, discariche quasi colme, un solo termovalorizzatore per tutta la regione. E intanto si scoprono le navi dei veleni lungo le coste, alcune aree inquinatissime come quella di Crotone e di Gioia Tauro attendono uan bonifica che non arriva mai. Nell’inchiesta di Carlo Cianetti si evidenzia che anche in Calabria esistono casi virtuosi nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti. La citta di Saracena in poco più di un anno è arrivata a differenziare il 65% dell’immodizia. E allora cosa si aspetta a seguirne l’esempio? I rifiuti producono denaro soprattutto quando diventano un problema.

Inchiesta di Carlo Cianetti, Rai News 24.

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La sinistra e il “buco” dell’Acquedotto pugliese

Dal Manifesto

Riccardo Petrella, professore in Belgio presso all’università di Lovanio, presidente del Contratto mondiale per l’acqua, era stato nominato nel luglio del 2005 alla guida dell’acquedotto pugliese dal governatore Nichi Vendola, che lo definì «una delle più autorevoli e importanti figure mondiali nella lotta in difesa del bene pubblico e del diritto universale all’acqua». L’accordo tra i due si è poi rotto nel dicembre del 2006, quando Petrella rassegnò le dimissioni, segnando il divorzio tra il movimento per l’acqua pubblica e la giunta pugliese che sull’acqua bene comune aveva costruito la campagna elettorale del 2005.
Professore, ricostruiamo questa storia dal principio.
Nell’aprile del 2005 Nichi Vendola, attraverso Pietro Folena, mi chiama per dire se ero interessato a prendere la presidenza dell’Acquedotto pugliese per realizzare il progetto di cui si parlava anche con lui da alcuni mesi: renderlo di nuovo pubblico. Significava non solo rivedere lo statuto giuridico dell’impresa Aqp che era diventata nel frattempo una società per azioni (a partire dal 1999, su iniziativa del governo D’Alema). Si trattava di cambiare lo statuto dell’impresa concessionaria a cui era stata delegata la funzione di gestire l’acquedotto pugliese. La ripubblicizzazione significava – e forse questo era l’aspetto più importante – modificare la politica di gestione delle acque nel senso di orientarla verso la realizzazione del diritto all’acqua per tutti, ovvero i 50 litri minimi al giorno che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sono necessari per ogni persona. Bisognava però avere una politica dell’acqua come bene comune, portare quindi un’attenzione particolare alla politica del risparmio, concentrandosi sulla gestione del territorio affinché le risorse idriche non siano messe a stress, nel senso che non siano degradate sul piano qualitativo, che non siano contaminate. E infine la ripubblicizzazione significava applicare una gestione di tipo democratico con la partecipazione dei cittadini alle grandi scelte e ai grandi orientamenti della gestione delle risorse idriche della Puglia.
E com’è andata? Che cosa non ha funzionato?
Aspetti. Questo che le ho detto era il nostro progetto e il nostro accordo. All’epoca Vendola confermava che la sua intenzione era di fare dell’Acquedotto pugliese un esempio. E nelle sue volate retoriche – che sono molto frequenti – aveva detto che l’Acquedotto pugliese sarebbe diventato l’accademia dell’acqua pubblica. L’accademia nazionale ed anche internazionale della pratica dell’acqua come bene comune. Questo era il senso della ripubblicizzazione.
E invece su quali punti c’è stata una divergenza con la giunta Vendola? 
Il conflitto è intervenuto sul problema del diritto all’acqua. È vero che la legislazione nazionale – ancora vigente e che negli ultimi tempi è diventata anche più restrittiva – non permette a nessun operatore, a nessun gestore, pubblico o privato, di applicare una tariffa che assicuri i 50 litri giornalieri ad ogni persona senza domanda di corrispettivo e con i costi a carico della fiscalità generale. La legislazione non permette questo, perché ogni operatore deve erogare l’acqua imponendo una tariffa che è normalizzata a livello nazionale. Però quello che potevamo tentare di fare era introdurre una tariffa sociale, in modo tale che i cittadini effettivamente avrebbero goduto dei 50 litri gratuiti. Su questo punto Vendola ha esitato e non l’ha fatto, non l’ha accettato. 
Forse era un problema di costi? 
Per i primi due anni questa scelta avrebbe implicato una spesa di 1 o 2 milioni di euro. E non mi sembra un costo eccessivo. Da un punto di vista simbolico e politico un costo di 1 o 2 milioni per questa operazione, sinceramente, valeva la pena. 
C’era poi la questione della forma societaria degli Acquedotti pugliesi… 
Una Spa è dal punto di vista giuridico un soggetto di diritto privato, anche se è a capitale interamente pubblico. Per alcune forze politiche – anche della sinistra radicale – il fatto che fosse possibile esercitare una forma di controllo politico sulla società la faceva considerare come una forma di società pubblica. Quindi nel caso dell’Acquedotto pugliese – con capitale interamente pubblico dove la regione esercita un controllo – si diceva che non doveva essere ripubblicizzato perché era già pubblico. Vendola ed io fin dall’inizio, però, la pensavamo differentemente. Una società per azioni, infatti, ha una funzione sociale che è quella di fare profitto. La legge Galli poi diceva che la gestione dell’acqua doveva essere ispirata ad un principio di efficienza economica, ovvero con un rendimento. 
Un problema quindi di orientamento generale?
Non solo, fu un dissidio molto concreto. Quando proponevo il diritto all’acqua – i 50 litri al giorno garantiti – mi si rispondeva: ‘Presidente, lei non può fare questo perché toglie denaro all’impresa’. Con la Spa questo controllo non c’è. Così quando il pubblico si dà strumenti di azione di natura privata, in realtà, privatizza un pezzo del settore pubblico. E allora, piano piano, Vendola ha cominciato a nicchiare, a trovare delle difficoltà, a mandare le cose per le lunghe. Molte volte una decisione veniva presa dopo 3 o 4 mesi. Questo fu un punto di conflitto. 
Ci furono altre occasioni di scontro?
Un caso concreto fu l’adesione alla Federutility, che è – per capirci – la Confindustria delle società che si occupano di servizi come l’acqua, i rifiuti, il gas. Io cercai di far uscire Acquedotti pugliesi da Federutility senza successo.
Considerando che fu D’Alema l’artefice della privatizzazione dell’acquedotto pugliese, ci saranno state delle pressioni dei Ds su Vendola. 
Dobbiamo sempre ricordarci che l’Acquedotto pugliese è stato e rimane una delle principali – se non la principale – impresa pugliese per occupazione e fatturato. A parte gli interessi che sappiamo che esistono, che a volte possono essere anche interessi legittimi, la difficoltà fu soprattutto culturale, politica e ideologica. La cultura politica della gestione dei servizi pubblici della sinistra moderata è impregnata di privatizzazione e liberalizzazione. Certe scelte sono state bloccate dalla sinistra moderata e da quella parte della sinistra radicale che è stata influenzata dai Ds. Vendola sulla questione della Federutility non ha potuto far niente. 
Un problema, quindi, di alleanze? 
La maggioranza delle forze politiche del centrosinistra in Puglia aderiva al modello culturale della mercificazione dell’acqua, pur facendo discorsi e affermando principi sulla ripubblicizzazione. Per loro il pubblico fa una gestione pubblica quando crea le condizioni affinché i servizi vadano nella direzione dell’efficienza economica, ovvero nella direzione di attività economiche pubbliche che rendono un profitto e aperte alle logiche di mercato. Questa adesione apparentemente modernizzante è la base del fallimento del progetto di ripubblicizzazione dell’acqua in Puglia.  

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Il tira e molla dei debiti dell’acqua fra Sorical e Regione fino al prossimo botto di Ferragosto

Dal blog di Emilio Grimaldi

I crediti complessivi che la Regione Calabria vanta da tutti gli Enti (Comuni, agenzie e anche organismi regionali) serviti dal 1981 al 31 ottobre 2004 per la fornitura di acqua ad uso idropotabile ammontano a 450 milioni di euro. Fino al 31 ottobre di cinque anni fa perché dal primo novembre è entrata in azione la Sorical Spa (Società di risorse idriche calabresi) ai sensi della Convenzione che gli ha affidato il servizio. Il tira e molla di questi crediti tra la Regione e la Sorical è iniziato subito. Nella Convenzione all’articolo numero due, lettera h, si legge: “La SO.RI.CAL. si impegna anche a curare la misurazione, la contabilizzazione e l’esazione per conto della Regione del corrispettivo dell’acqua erogata ed il recupero dei crediti nei confronti degli utenti per i periodi precedenti la presente convenzione, senza corrispettivo e con rimborso spese in misura non superiore al due per cento dell’importo recuperato”. Dunque, l’ente intermedio lascia carta bianca alla società nel recupero dei debiti, salvo la richiesta di una puntuale registrazione cronologica delle riscossioni e dei pagamenti. E, soprattutto,ci tiene a sottolineare, nel proseguo della Convenzione, che la responsabilità “dell’eventuale azione legale verso i creditori è di esclusiva pertinenza della Regione Calabria”, proprio perché è essa “titolare del credito”. Passa quasi un anno (l’intesa fra le parti porta la data del 13 giugno 2003) e con l’Accordo integrativo del 20 maggio 2004 le cose cambiano. Alla cordata di società di cui fanno parte: Enel Hidro Spa, Acquedotto pugliese Spa, prossime alla costituenda SoRi.Cal, viene proposto dall’assessore i Lavori Pubblici di “valutare la possibilità della corresponsione alla Regione Calabria di un canone annuo a fronte del conferimento in uso delle opere idropotabili” e, contestualmente, di “rinunciare all’attività pur se già prevista nella Convenzione, della riscossione dei crediti pregressi che la Regione Calabria vanta verso numerose Amministrazioni comunali per forniture acquedottistiche non pagate”. Le “Acque di Calabria”, denominazione provvisoria della futura Sorical, accetta ma, “subordina tale disponibilità ad una revisione degli impegni ed obblighi per investimenti di SORICAL”. Sembra fatta per l’organo amministrativo. E, invece, no! Perché il socio privato, nel confermare l’impegno ad anticipare le sue quote di competenza, pari a 13 milioni e 400 mila euro, condivideva “l’opportunità, già discussa con la Regione per le vie brevi, che la restituzione della sopracitata anticipazione del capitale sociale, comprensiva degli oneri connessi, già garantita secondo gli atti approvati, dalla facoltà per Acque di Calabria di trattenere un equivalente importo degli incassi dei crediti pregressi che SORICAL avrebbe dovuto riscuotere per conto della Regione Calabria, possa invece avere luogo scontando un numero congruo di annualità del previsto canone d’uso degli impianti”. In altre parole: “io non incasso il due per cento dei debiti però non ti pago neanche il canone, ovvero mi devi fare un forte sconto”. Come dire, una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso. Ad ogni modo le parti concordano, infine, “a non rendere operativo il mandato alla riscossione dei debiti pregressi”. Nello stesso atto vengono definiti gli investimenti, pari a 305 milioni di euro in trent’anni, di questi 94,3 milioni nel primo quinquennio. E, soprattutto, viene decisamente ridimensionato il tempo del congelamento delle tariffe. Dai cinque anni iniziali, cioè fino al 2009, viene ridotto a poco più di un anno, fino al 1 gennaio 2006. Uno scandalo gridarono da più parti allora, ma poi tutti si dovettero convincere del fatto compiuto.
Di debiti, poi, non sembra parlarne più nessuno. Finché, nella finanziaria regionale del 2007, rispuntano di nuovo. All’articolo 14 leggiamo: “L’ingiunzione (avverso i Comuni debitori ndr) è adottata nella forma del decreto del Dirigente generale del Dipartimento regionale dei lavori pubblici, che si avvale, per le attività istruttorie e per la materiale riscossione del credito derivante da titolo esecutivo, di So.Ri.Cal. S.p.A., in base a quanto previsto dalla vigente convenzione”. E successivamente con la legge numero 495 del 2007 viene dato ampio respiro e alla contezza dei debiti e dei crediti e al rientro in pompa magna della Sorical Spa. “Il 20 giugno 2007 - ricorda la legge – la società si dichiarava disponibile a svolgere le attività previste al comma 3, dell’art.14 della L.R. 9/2007, alle condizioni tutte previste nella Convenzione in essere, recedendo dall’impegno a non rendere operativo il mandato alla riscossione dei crediti concordato nell’Accordo”. Recedendo l’accordo integrativo? Possibile? Certo che sì. Spazzato via con tratto di penna. Il comma XIII della delibera ordina anche che “La So.Ri.Cal. S.p.A. rimane impegnata ad eseguire le attività assegnatele di verifica del recupero dei crediti e di attività istruttoria per l’adozione di eventuali atti ingiuntivi per tutta la durata dei Piani di estinzione del debito”.
La legge parla di “un rimborso spese” per questo aggravio di lavoro in capo alla Sorical Spa, non più del due per cento del riscosso. Ma c’è qualcuno che sospetta che non è mai stato attuato un vero e proprio controllo. D’altronde, l’ente deputato a controllare la Sorical è proprio la Regione Calabria che è la sua maggiore azionista, e non potrebbe non venire coinvolta, anche emotivamente, a un conflitto di interessi. È come se a un uomo venisse chiesto di controllare le sue tasche.
Il tira e molla, fra Regione e Sorical, dei debiti è finito, e ha vinto la società per azioni. Ma all’orizzonte c’è una grossa sorpresa. Siccome pare che i decreti ingiuntivi non bastino più a persuadere i Comuni a saldare i debiti contratti, con la recente finanziaria, legge numero 19, è previsto l’arrivo del commissario ad acta. Il comma 1 dell’articolo 35 recita: “Per la riscossione dei crediti vantati dalla Regione per somministrazione di acqua per uso idropotabile nei confronti dei Comuni che hanno dato riscontro alle richieste di pagamento avanzate dalla Regione, per i quali entro sessanta giorni dalla pubblicazione della presente legge non sia presentato il piano di estinzione del debito ai sensi dell’articolo 37-bis della legge regionale 17 ottobre 1997, n.12 e successive modificazioni ed integrazioni, la Giunta regionale nomina, con oneri a carico del comune inadempiente, un commissario ad acta, da individuarsi tra i dirigenti regionali, per la predisposizione, approvazione e trasmissione del piano alla Regione entro trenta giorni”. La legge è del 12 giugno. Entro sessanta giorni vuol dire in prossimità della festa di ferragosto.
Pare che in quei giorni molti sindaci calabresi abbiano già programmato una lunga vacanza, non tanto per evitare la figuraccia dinnanzi al dirigente regionale ma davanti ai propri concittadini. A lui, infatti, l’arduo compito di spiegare il surplus di tasse per il recupero di quei debiti partoriti dall’insuperabile incapacità della classe politica calabrese di amministrare bene la risorsa più preziosa dell’uomo, l’acqua.

Scarica qui il Bur numero 17 del 17 settembre 2007 per consultare i debiti di tutti e 409 Comuni calabresi (da pagina 23255 a 23286 del documento, non del pdf)

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“Fate di Napoli una S. Francisco”

Intervista a Paul Connet, teorico mondiale dei rifiuti zero: «Nella città americana solo il 35% in discarica. Vivere senza spazzatura si può. Il problema è la corruzione, perché gli inceneritori sono il nuovo business»

Paul Connet è docente di biochimica alla università St.Lawrence di Canton, nello Stato di New York. Teorico mondiale della strategia «rifiuti zero», ha tenuto conferenze in più di quaranta nazioni mettendo in luce i pericoli sanitari derivanti dall’incenerimento dei rifiuti e illustrando le possibili alternative. Lo abbiamo incontrato appena giunto in Italia in occasione di un tour vorticoso di incontri con i cittadini e gli amministratori locali, il primo dei quali con il presidente-commissario della Regione Lazio, Marrazzo, circa la disastrosa questione di Malagrotta a Roma, la più grande discarica d’Europa, in procedura d’infrazione perché esaurita da anni e oggetto di una class action contro i danni da inquinamento, nella quale è, appunto, in costruzione un inceneritore con recupero energetico (termovalorizzatore è un termine italiano per distrarre dal problema principale). «La ragione per cui vengo spesso in Italia è che ho la speranza che voi abbiate ancora la creatività di Leonardo e Galileo. I rifiuti sono un’invenzione umana quindi l’obiettivo è disegnare i rifiuti fuori dal sistema: una nuova sfida per l’industrial design – spiega Connet – La costruzione di ogni inceneritore, invece, porta indietro di 25 anni il nostro sviluppo. C’è un approccio stupido, avido e infantile allo spreco: come se le risorse e lo spazio fossero infiniti. Così non è. Anche i manager delle corporation, pur avendo il compito di far quadrare il bilancio trimestrale hanno dei figli. Devono convincersi, dunque, che il riciclo e il riutilizzo delle componenti non deteriorate non solo è possibile ma è anche economicamente vantaggioso.
La sua è un’ipotesi per il futuro o si tratta di strategie già in atto?
Esempi in tal senso non mancano: la Xerox ha un programma di riciclaggio dei materiali di consumo usati, come i toner. Inoltre ha sperimentato che ritirando le vecchie fotocopiatrici e riutilizzano le componenti non usurate ottiene un risparmio di milioni di dollari creando nuovi posti di lavoro. Questa è la grande novità. Indispensabile è, poi, l’investimento in ricerca per arrivare a una progettazione industriale che riduca gli sprechi e studi strategie di riutilizzo. Centri di ricerca mirati dovrebbero sorgere anche vicino alle discariche per studiare i differenti tipi di materiale. Inventare un sistema che cerca di controllare cosa esce fuori da una discarica è l’unico modo per controllare di conseguenza cosa vi entra e tentare di ridurlo.
Cosa accade, invece, con l’utilizzo degli inceneritori?
L’esatto contrario: tu fissi la quantità di rifiuto e non c’è modo di ridurla. Anzi il business sta nell’aumentare sempre più il tonnellaggio combusto. Gli inceneritori bloccano la via al riuso e alla riduzione. Altrimenti faremo la fine di Tokyo con i suoi 23 inceneritori (loro bruciano tutto) cinque volte tanto la media del mondo occidentale.
Quindi non è sufficiente il solo riciclo ma occorre una vera inversione delle politiche di sviluppo industriale, combinata con una riduzione dello spreco consumistico. Un patto tra il cittadino e l’industria vantaggioso per tutti.
Vantaggioso perché il ciclo di raccolta differenziata porta il costo a un terzo di quello attuale; perché gli impianti per il riciclaggio hanno una tecnologia meccanica semplice, economica e di rapida realizzazione; perché è un processo che impiega un quarto dell’energia necessaria all’incenerimento, riducendo spreco di risorse ed effetto serra; perché opera risparmi di scala sulla produzione industriale e incremento di posti di lavoro. Questo sistema produce un risparmio energetico che riduce di 46 volte (4.600%) il surriscaldamento globale.
Qual è stato il ruolo delle proteste e delle resistenze messe in campo dai cittadini contro soluzioni come gli inceneritori?
Determinante perché la pubblica amministrazione va condizionata. E gli Stati Uniti dimostrano che è possibile. Negli Usa l’incenerimento è la tecnologia più impopolare dopo quella nucleare. L’ultimo inceneritore costruito risale al 1995, da quel momento sono state rigettate ben 300 domande di autorizzazione per nuovi impianti. Anche se, attualmente, stanno tornando alla carica. Tuttavia la maggior parte dei rifiuti finisce ancora in discarica e lì hanno molto spazio. Ma a S. Francisco, che paragonerei a Napoli come popolazione (850.000 persone) e struttura (è una città portuale) si è raggiunto in breve tempo un riciclo del 65% con l’obiettivo del 75% nel 2010. La parte residua va ancora in discarica, ma non dimentichiamo che il 25% di quello che l’inceneritore brucia si trasforma in ceneri tossiche che comunque vanno smaltite in discariche speciali. L’emergenza di Napoli (come per ogni altra città) si risolve con un diverso e funzionale rapporto con le aree limitrofe, come è accaduto a San Francisco: la campagna esporta in città il riciclo, dove non è un problema il riutilizzo di carta, vetro, metalli, plastica. La città esporta l’organico compostato per la produzione agricola che viene poi reimportata per il consumo cittadino.
Ma in Italia il sostegno economico pubblico va agli inceneritori incentivando, così, le strategie degli imprenditori privati….
Proprio perché l’incenerimento non risolve il problema ma continuerà a riprodurlo, stando il business nella quantità bruciata, l’amara conclusione è che è facile risolvere la crisi dei rifiuti, quello che è difficile (per tutti) è risolvere la crisi della corruzione.

Simona Bonsignori
il Manifesto del 20 Gennaio 2008

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PAPA: ACQUA NON E’ MERCE QUALUNQUE, E’ DIRITTO INALIENABILE

rubinettoMessaggio alla Fao per la Giornata mondiale dell’acqua

Città del Vaticano, 22 mar. (da APCom) – “L’accesso all’acqua rientra a tutti gli effetti tra i diritti inalienabili di tutti gli esseri umani, perché rappresenta un prerequisito per la realizzazione degli altri diritti umani come il diritto alla vita, all’alimentazione e alla salute. Per questa ragione l’acqua non può essere trattata come una semplice merce al pari delle altre. Il suo uso deve essere razionale e solidale”. E’ questo il messaggio che Benedetto XVI ha inviato alla Fao, in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua che si celebra oggi. Il messaggio è stato letto da monsignor Renato Volante, osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao, nel corso del summit che si è svolto questa mattina nella sede della Fao, alla presenza di numerosi ministri e rappresentanti dei Paesi europei ed africani impegnati nel garantire l’accesso alle risorse idriche a tutti.

“Il papa incoraggia la vostra azione a favore di tutte le persone che nel mondo soffrono per la carenza di acqua – ha affermato monsignor Volante, leggendo il messaggio indirizzato a Jacques Diouf, direttore generale della Fao – l’acqua è una risorsa di vita il cui utilizzo è necessario per i cicli vitali del pianeta e fondamentale per l’esistenza stessa dell’umanità”. Benedetto XVI ha dunque rilevato che “l’acqua, bene comune della famiglia umana costituisce un elemento essenziale per la vita”. Il pontefice ha inoltre incoraggiato tutti gli sforzi affinché venga permesso “un accesso dell’acqua a tutti, soprattutto a coloro che vivono in condizioni di povertà – si legge nel testo del messaggio – garantendo la sopravvivenza del pianeta per le generazioni presenti e future. Senza l’acqua la vita è minacciata”.

Il papa ha poi evidenziato la necessità di “non considerare l’acqua come un bene economico” ma “il diritto all’acqua si basa sulla dignità umana e non sulle valutazioni di tipo puramente quantitativo”. Da qui l’appello di Ratzinger affinché ci sia una “responsabilità condivisa tra tutti e considerata come un imperativo morale e politico nel mondo che dispone di livelli di conoscenza e di tecnologie per mettere fine alle situazioni di carenza d’acqua e delle loro conseguenze drammatiche”.

Il pontefice non manca di rivolgersi direttamente ai “governi e agli uomini politici” ma anche alla responsabilità di ciascuno di noi perché “tutti noi siamo chiamati a modificare il nostro modo di vivere in uno sforzo educativo capace di restituire a questo bene comune dell’umanità il valore e il rispetto che merita nella nostra società”.

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