Mariagrazia Blefari santa subito! In Calabria si oppone agli appalti truccati e per questo la vogliono uccidere in treno

da http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/

 

Il nome Mariagrazia Blefari non vi dirà nulla. Eppure fareste bene a mandarlo a memoria perché è una donna, dirigente della Provincia di Reggio Calabria, a capo per diversi mesi della Stazione unica appaltante.

 

Se non fosse stato per lei l’operazione Ceralacca, con la quale la Procura della Repubblica e la Gdf il 7 marzo hanno mandato all’aria l’ennesima porcata su gare falsate e assegnazioni truffa negli appalti, semplicemente non sarebbe esistita.

 

Secondo quanto accertato dalla Guardia di finanza, alcuni funzionari pubblici consentivano ad alcuni imprenditori di accedere alla cassaforte dove erano conservate le offerte delle varie ditte che partecipavano alle gare di appalto. Gli imprenditori prendevano tutto l’incartamento e lo portavano nei propri uffici dove, dopo avere rimosso la ceralacca sulla busta (ecco dunque il nome dell’operazione), controllavano le offerte degli altri e inserivano la propria che risultava quindi la migliore. Poi richiudevano la busta e la sistemavano al proprio posto in cassaforte. Così facendo, quattro imprenditori riuscivano ad aggiudicarsi le gare di appalto.

 

Questa donna che – forse per salvarle la vita – la Provincia ha deciso di richiamare nel proprio seno e assegnarle un nuovo incarico, ha avuto il coraggio di denunciare il marcio che, negli uffici, se non era la regola poco ci mancava.

 

La sua storia – e quella che descriverò domani di un altro funzionario e che ho raccontato anche nel Rapporto Calabria che oggi, mercoledì 28 marzo esce in allegato al Sole-24 Ore – merita di essere raccontata perché testimonia l’esistenza di una Calabria diversa da quella che siamo solidi descrivere noi giornalisti. Una Calabria onesta, pulita, che – spiace dirlo – rappresenta l’eccezione a una regola. La regola della corruzione. L’altra faccia della mafia.

 

Che l’operazione Ceralacca non sarebbe esistita senza il coraggio di questa donna lo dice chiaro e tondo il Gip Cinzia Barillà quando, nell’antefatto scrive: “….la dott.ssa Mariagrazia Blefari in data 11.08.2011 si presentava dai militari del Gico della Guardia di Finanza e riferiva quanto segue….”

 

E quel che racconta è da brividi perché secondo l’accusa smaschera – anche grazie all’uso di riprese e fotografie – un sistema di dipendenti infedeli e imprenditori senza scrupolo. I primi consentivano il libero accesso – fuori dagli orari di ufficio – degli imprenditori che erano così liberi di conoscere le buste di offerta; con quante e quali imprese compilare le liste delle ditte da invitare a partecipare alle gare; sapere quante e quali imprese avevano presentato le offerte, modificare buste con le offerte (per poi risigillarle) e così via.

 

Un sistema smascherato anche grazie ad una rete di altri dipendenti fedeli dei quali mi fa piacere riportare i nomi (Giuseppina Libri e Santo Placanica) che il 10 agosto telefonano a Blefari per informarla che una delle buste relative alla gara di appalto per il consolidamento e il risanamento di un’area a rischio indetta dal Comune di Placanica era stata “rinvenuta” casualmente sul divano (e non nella cassaforte come vuole la prassi in prossimità dell’adunanza pubblica per l’apertura delle buste).

 

L’addetta alla protocollazione – Silvia Macheda – e l’istruttrice amministrativa – Cecilia Sacca (altre donne che fanno il proprio mestiere) riferiscono di avere messo le buste di gara nella cassaforte, escludendo – categoricamente – la possibilità di una perdita accidentale del plico rinvenuto sul divano (per esempio durante il trasporto).

 

Più chiare e nette di così si muore.

 

Guardando e riguardando i video della sorveglianza, Blefari & C beccano un “factotum”, in possesso anche delle chiavi degli uffici, che fa avanti e indietro. Ovviamente non traggono alcuna conclusione: si limitano a fornire il materiale alla Guardia di finanza (per la cronaca il factotum sarà arrestato).

 

Ma non basta. Il trio di “donne terribili” e il buon Placanica – su ordine di Blefari – effettuano una sorta di screening delle buste per la gara indetta per il Comune di Placanica, per verificare eventuali effrazioni ovvero manomissioni delle stesse. E Blefari cosa fa? Fornisce le fotografie su files alle Fiamme Gialle. Svizzera!

 

Le indagini faranno poi il loro corso e metteranno in luce sistematiche manomissioni alle offerte e in sintesi un sistema pilotato, anche con l’aiuto di personaggi estranei alla Stazione unica appaltante, per l’aggiudicazione delle commesse.

 

A MORTE!

 

Il comportamento integerrimo della dirigente e dei suoi colleghi non poteva ovviamente passare inosservato all’”allegra associazione” che correva così il rischio di vedersi sgretolata una macchina che girava a meraviglia.

 

La sala ascolto della Guardia di finanza il 3 novembre 2011, alle ore 8.55 intercetta il dialogo tra Giuseppe Bagalà (proprietario di una delle società che vincevano gli appalti, Ediltech di Gioia Tauro, ora sequestrata) e il figlio Francesco. Entrambi sono stati arrestati.

 

I due commentano il fatto che negli uffici della Stazione unica appaltante si è venuto a creare un clima di ostilità nei loro confronti e che le ultime vicissitudini sono da attribuire alla dirigente Mariagrazia Blefari, per l’eccesso di zelo nello svolgimento della propria attività. Una profonda avversione nei confronti della donna e dei suoi collaboratori che si manifesta nel proposito di vendicarsi utilizzando “una bomba per farli saltare tutti in aria” oppure di “andare con un camice bianco, per non sporcarsi, quando sale sul treno, quando è a Melito, là per Ferruzzano, per coso, esce il coltello, le tira due coltellate nella pancia e la getta a mare in quelle .. .”

 

I due – annota la Procura – non mancano di manifestare propositi di vendetta e di rappresaglia da compiersi attraverso sia aggressioni fisiche che attraverso danneggiamenti (peraltro, dalla conversazione da riportata risulta evidente che i Bagalà sono perfettamente al corrente degli spostamenti di Blefari, visto che la stessa risiede a Bovalino e compie il viaggio in treno attraversando anche Melito di Porto Salvo).

 

La serietà di tali propositi apparirà chiara agli inquirenti. “Francamente il quadro che se ne delinea è dotato di una capacità dimostrativa fuori dal comune direttamente proporzionale allo sdegno che le parole dei Bagalà suscitano – si legge nell’ordinanza – allorché programmano con straordinaria crudezza ed efferatezza di eliminare fisicamente quello che loro ritengono essere il principale personaggio d’ostacolo all’attuazione del loro clamoroso piano criminale: la dottoressa Blefari. E come anticipa il Pm, tristemente, non si tratta di meri propositi rimasti murati nella sfera ideativa dei dialoganti senza alcuna trasfusione nel reale (più avanti – come si vedrà – gli associati, in diverse occasioni, si determineranno a tradurre in minacce ed azioni violente il piano della determinazione volitiva volto a superare la resistenza di quei pubblici ufficiali – caso eclatante è quello del duplice profilo coercitivo esercitato ai danni del Pizzarello -, che hanno tentato di restare fedeli alla cosa pubblica e di ignorare le pressioni corruttive dei Bagalà)”.

 

E di Pizzarello, richiamato da Gip, Gdf e pm, scriverò a breve.

 

5 – to be continued (le prime puntate sono uscite il 16, 19, 21, 22 e 26 marzo)

 

r.galullo@ilsole24ore.com

 

P.S. Ora potete acquistare il mio libro: “Vicini di mafia – Storie di società ed economie criminali della porta accanto” online su www.shopping24.ilsole24ore.com con lo sconto del 10% e senza spese di spedizione

 

Permalink Commenti (1) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

 

27 marzo 2012 – 13:06

Domani, 28 marzo, con il Sole-24 Ore esce il Rapporto Calabria: storie e volti da cui ripartire in una terra travagliata

 

Cari lettori domani, mercoledì 27 marzo, con il Sole-24 Ore uscirà il Rapporto Calabria al quale ho dedicato, oltre alla consulenza editoriale, anche molti servizi giornalistici, a partire dal sistema portuale per finire con la valutazione del rating antimafia, i volti sani della società civile e dell’imprenditoria. Il Rapporto Calabria svaria tra molti altri temi: dall’agricoltura al sistema turistico e industriale. Un rapporto da non perdere perché mostra il volto sano di questa terra travagliata. Vi propongo – in anteprima – la copertina che ho scritto. Buona lettura e a domani.

 

Un pessimista, sulla Calabria, imprecherebbe: “Peggio è impossibile”. Un ottimista sorriderebbe: “Toccato il fondo non si può che risalire”. Un realista – comunità alla quale il giornalismo deve appartenere – dice invece che “chi fa da se fa per tre”.

 

Necessariamente, infatti, la Calabria deve triplicare gli sforzi e contare quasi esclusivamente sulle proprie forze ora che le iniezioni a suon di miliardi all’economia e alla società assistita stanno venendo meno: lo Stato ritira i suoi investimenti (da ultimo il Ponte sullo Stretto e il taglio progressivo ai trasferimenti erariali), la manna dei finanziamenti comunitari sta diradando la sua pioggia e quei pochi investitori internazionali che qui sono affacciati si stanno interrogando se andare via o rimanere (Coca Cola company ha lasciato per alcuni giorni Rosarno con il fiato sospeso per la ventilata scelta di non approvvigionarsi più delle arance lì coltivate).

 

Rimane sempre mamma-Regione ma farci affidamento è sempre stato impossibile: troppe sono le spinte centrifughe che non portano ad avere una visione chiara e strategica del futuro di questa terra ancora appesa alla realizzazione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria per la quale mancherebbero 2,9 miliardi per completare 60 km.

 

La notizia, rilanciata pochi giorni fa, in realtà fu già “strillata” il 20 aprile 2011 quando nel question time della seduta della Commissione Lavori pubblici della Camera il parlamentare del Pd Tino Iannuzzi sollevò la questione all’allora viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli, non ricevendone alcuna notizia soddisfacente.

 

La tentazione di raccontare una regione senza futuro è forte. Questa terra è stata sventrata dentro (da una politica quasi sempre marcia) e fuori (da un sacco edilizio con pochi uguali che ha cancellato persino i tesori nascosti come le grandi distese di cedri che negli anni Settanta e Ottanta, nell’alto Cosentino, hanno lasciato il posto a colate di cemento e, così, gli israeliani e i libanesi che fin lì giungevano per acquistare, oramai si vedono di rado).

 

Proprio per questo, proprio per allontanare questa tentazione, la Calabria non può che ripartire da quei semi della rinascita sociale, economica e morale, che stanno dando i primi frutti acerbi. Sta ai calabresi farli maturare.

 

Il Porto di Gioia Tauro – la grande scommessa incompiuta – ha capito che deve contare innanzitutto su se stesso e ora si appresta a giocare la grande partita di un’autorità portuale che abbracci tutti gli scali marittimi della regione.

 

Le imprese stanno mandando a memoria che la grande mammella della Ue non erogherà più soldi e così l’effetto emulazione si gioca guardando a quelle aziende che hanno saputo orientare ai nuovi mercati domestici e internazionali le proprie produzioni.

 

Gli operatori economici del turismo e dell’agricoltura stanno comprendendo che il “mordi e fuggi” e la qualità solo sbandierata ma non praticata sono dei boomerang che rischiano di isolare ancora di più e affossare le speranze.

 

Nella pubblica amministrazione e nella politica locale si stanno affacciando donne e uomini che sanno resistere alle tentazioni della corruzione, alle lusinghe del denaro e alle pressioni della delinquenza.

 

La società civile – che non ha certo conosciuto la stagione del lenzuoli bianchi di Palermo – sta mettendo fuori la testa. Non l’ha ancora alzata ma qui – come disse il superprefetto Luigi De Sena all’atto del suo commiato da questa terra – devono passare almeno due, tre generazioni prima che i calabresi si mettano al passo dei connazionali.

 

Questi semi rischiano però di seccare se non cresceranno su un campo di legalità e se l’acqua con la quale saranno innaffiati non sarà di una sorgente pulita.

 

Il peso delle cosche sul terreno della società e su quello dell’economia è ancora troppo forte proprio perché la fonte è inquinata: molto è stato fatto per contrastare il peso delle ali militari della ‘ndrangheta, poco o nulla è stato fatto per seccare all’origine quella miscela di malaffare costituita da professionisti corrotti, servitori infedeli dello Stato e politica connivente. Questa è la zona grigia che deve essere colpita per dare una speranza e un futuro a questa terra.

 

Un realista – comunità alla quale il giornalismo deve appartenere – direbbe che la Calabria deve fare di necessità virtù.

Share

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>