Daily Archives: 8 gennaio 2012
Livorno, 200 fusti tossici sui fondali del Santuario dei cetacei.
Silenzio sui 200 fusti dispersi nel mare di Livorno. I cittadini protestano e la procura avvia un’inchiesta. Ancora una nave dei veleni?
Gli organi di informazione di massa non ne parlano. Ma da quasi tre settimane una nave mercantile ha perso, nel mare di Livorno, un carico di 200 bidoni pieni di catalizzatori Co/Mo, cioè a base di monossido di cobalto e molibdeno. Una sostanza usata in un passaggio della raffinazione del petrolio – la idrodesulfirizzazione. I fusti viaggiavano sulla nave “Venezia” della compagnia Grimaldi Lines e adesso si troverebbero su un fondale di circa 500 metri di profondità in un’area di quasi 45 miglia quadrate a sud dell’isola di Gorgona, un’area protetta dal Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, nel cuore del Santuario internazionale di mammiferi marini Pelagos, il cosiddetto “Santuario dei cetacei”.
C’era una volta la discarica di Alli
Sito chiuso ed emergenza irrisolta Bisogna ancora disinnescare la bomba ecologica scoperta dalla Procura
Giuseppe Lo Re
Chi deve bandire l’appalto per la gestione e chi deve programmarne tempi e modalità? Ma soprattutto con quali procedure: ordinarie o straordinarie? E ancora, chi deve eseguire gli interventi di bonifica necessari a disinnescare la bomba ecologica scoperta dalla Procura della Repubblica?
La discarica di Alli resta chiusa. E il passare delle settimane dal sequestro eseguito dai Carabinieri non fa altro che intorbidire le acque. Tra Magistratura, custode giudiziario, ufficio del commissario per l’emergenza rifiuti e Regione si è creato un vero e proprio rompicapo giuridico-amministrativo che continua a rendere inutilizzabile il principale (o forse l’unico, insieme a Pianopoli) “serbatoio” per lo smaltimento della spazzatura prodotta nell’intera Calabria. E ciò che desta le principali preoccupazioni è una considerazione ormai sotto gli occhi di tutti: nessuno è nelle condizioni di programmare alcunché. Certamente indicare soluzioni gestionali non spetta alla Magistratura. Ma neanche l’ufficio del commissario è messo nelle condizioni di operare: lo stato d’emergenza in Calabria, durato ben 14 anni, è scaduto lo scorso 31 dicembre ed in attesa d’indicazioni dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri il dipartimento di Protezione civile ha inviato una nota interna con la quale si dà di fatto il via libera ad una sorta di gestione ordinaria in “comproprietà” fra commissario e Regione. Si è creata così una sorta di limbo nel quale si rischia d’affogare sepolti dai rifiuti.
A livello regionale l’ex commissario Goffredo Sottile – dimessosi in seguito all’inchiesta della Procura sul disastro ambientale che si sarebbe determinato dalle parti di Alli e sostituto da Vincenzo Speranza – lo scorso agosto aveva previsto l’immediata realizzazione di almeno tre discariche per consentire all’intero territorio di restare sopra la linea di galleggiamento. Per attuare quel programma avvalendosi di poteri straordinari sarebbero serviti circa 8 mesi, ma nulla – finora – è stato fatto. Con l’aggravante del successivo sequestro della discarica di Alli, dove fino a qualche mese fa conferiva mezza Calabria. Nella discarica cittadina s’intrecciano problemi tutti di difficile soluzione. Non solo l’impianto è sotto sequestro da parte della Magistratura, ma la sua capacità di accogliere rifiuti sarebbe ormai esaurita. Il contratto per la gestione con la società Enertech – coinvolta nell’inchiesta della Procura della Repubblica – è stato rescisso, ma del nuovo bando per l’affidamento non c’è traccia nè finora si è dato seguito alle ipotesi di coinvolgimento del Comune nella conduzione dell’impianto.
Sulla discarica gravano situazioni di allarme ecologico che riguardano il percolato ed i gas. Ed in effetti nei documenti dell’indagine penale ci sono passaggi particolarmente inquietanti. Nel descrivere «condotte suscettibili di causare un danno ambientale e alla salute pubblica irreversibile e di entità eccezionale», il gip Abigail Mellace dispone il sequestro della discarica per una serie di reati ambientali; fra altro il giudice per le indagini preliminari, accogliendo le tesi del sostituto procuratore Carlo Villani, certifica l’assoluta mancanza di qualunque tipo di controllo sulla tipologia dei rifiuti smaltiti ad Alli: «I rifiuti portati all’interno dell’impianto non vengono in alcun modo monitorati ai fini del rilevamento di sorgenti radioemittenti». Oggi persino i lavori di ampliamento risulterebbero fortemente compromessi sia dalle condizioni del sito sia dalle vicende giudiziarie che pesano sulla società aggiudicataria, la Enerambiente, anch’essa coinvolta nell’inchiesta e pare ad un passo dalla dichiarazione di fallimento da parte del Tribunale di Venezia.
In queste condizioni si fanno salti mortali per evitare che la spazzatura prodotta quotidianamente in città (oltre 200 tonnellate) resti a marcire dentro e intorno ai cassonetti.
Come noto l’ufficio del commissario ha autorizzato Catanzaro a conferire nell’impianto di Pianopoli, ma le previsioni dei tecnici non lasciano tranquilli in merito alla rapidità con la quale la discarica lametina viaggerebbe verso la saturazione. Non a caso il prefetto Antonio Reppucci sta seguendo con estrema attenzione l’evolversi dell’emergenza rifiuti. I contatti con l’ufficio del commissario sono quotidiani: ogni giorno è necessario incastrare le esigenze dell’intera regione con l’indisponibilità di siti adeguati ed a turno gli autocompattatori dei Comuni di mezza Calabria sono costretti a bloccare il conferimento.
È un inverno duro sul fronte rifiuti, ma rischia di esserlo ancora di più la primavera.
La Provincia di Reggio Calabria anticipa 500mila euro per salvare i lavoratori di Acquereggine
da mnews.it
Cinquecentomila euro da anticiparsi ai Comuni per allontanare il rischio licenziamenti dei lavoratori della società Acquereggine s.p.a.
Reggio Calabria – Queste le risorse economiche che l’Amministrazione Provinciale, guidata dal Presidente Giuseppe Raffa, ha deciso di mettere a disposizione di intesa con la Prefettura e con il Commissario Straordinario della società Acquereggine.
I lavoratori interessati da tale delicata vertenza occupazionale potranno così trascorrere, con un minimo di serenità in più, l’ultimo giorno dell’anno ed iniziare il 2012 con la speranza di un futuro migliore. Questo il messaggio che il Presidente Raffa ha voluto lanciare affinché, in modo responsabile, la società Acquereggine si determini ad annullare le lettere di licenziamento e facendo, altresì, appello al senso di responsabilità dei Sindaci dei Comuni del Comprensorio Provinciale affinché si mantenga fede agli impegni assunti nell’ultima riunione in Prefettura del 29 dicembre scorso. Da tale incontro era emerso, infatti, di comune accordo, un documento di intenti unitario che, al momento, rappresenta l’unica seria via d’uscita per questa preoccupante situazione. L’Amministrazione Raffa prosegue così in modo tangibile nel rendersi fedele interprete del mandato ricevuto e del ruolo di regia e di coordinamento sui grandi temi che, anche dal punto di vista occupazionale, interessano il futuro del territorio provinciale.
Da quanto si apprende da fonti ufficiali, il Presidente Raffa, sin dai primi giorni di Gennaio, intende avviare un tavolo di confronto e di discussione con le parti sociali, gli Enti Locali e le Istituzioni interessate compresa la Regione Calabria.
A quest’ultimo ente si chiederà di rivedere la posizione assunta tramite un apposito ordine di giorno approvato dal Consiglio Regionale il quale, di fatto, escludeva dalla futura gestione della depurazione l’Amministrazione Provinciale (prima presente tramite gli ATO provinciali) affidandola esclusivamente ai Comuni ed al Commissario Unico Straordinario. Una posizione da rivedere essendo intercorsa, appunto solo successivamente, l’approvazione del c.d. Decreto Milleproroghe che al contrario prolunga la permanenza nelle loro funzioni degli ATO di competenza provinciale favorendo così una possibile sinergia di questi ultimi che veda l’impiego dei lavoratori di Acquereggine.
Oggi tale decisione assunta dalla Regione apparirebbe di fatto contraddittoria e rischierebbe di rendere surreale ogni sforzo compiuto da Prefettura, Provincia e Comuni per salvare il destino di questi lavoratori.
Inceneritori, serio rischio per la salute: i risultati del progetto Moniter
Quali sono i problemi di carattere tossicologico ed ambientale connessi alla produzione ed allo smaltimento dei rifiuti? Venerdì 2 dicembre si è tenuto a Bologna un importante convegno nel quale sono stati resi noti i risultati del progetto Moniter, relativo ad un’attività di monitoraggio condotta, a partire dal 2007, sugli inceneritori attivi nel territorio dell’Emilia Romagna.
di Sara Del Bello – 19 Dicembre 2011
Il progetto Moniter è finalizzato ad analizzare la qualità ed il livello quantitativo di sostanze prodotte dagli inceneritori
Venerdì 2 dicembre si è tenuto a Bologna un importante convegno nel quale sono stati resi noti i risultati del progetto Moniter, relativo ad un’attività di monitoraggio condotta, a partire dal 2007, sugli otto inceneritori attivi nel territorio dell’Emilia Romagna. L’iniziativa ha tra i suoi promotori gli assessorati Ambiente e riqualificazione urbana e Politiche per la salute della regione in questione, in collaborazione con l’ARPA (l’Agenzia regionale per la prevenzione e l’ambiente dell’Emilia-Romagna).
Lo studio nasce dall’obiettivo di esaminare e di riuscire a far fronte ai problemi di carattere tossicologico ed ambientale connessi alla produzione ed allo smaltimento dei rifiuti che negli ultimi anni si è posta come questione d’importanza centrale, alla luce di un consumismo sempre più sfrenato che inevitabilmente ne ha determinato un incremento sempre maggiore.
Moniter è dunque finalizzato ad analizzare la qualità ed il livello quantitativo di sostanze prodotte dagli inceneritori, allo scopo di valutarne i relativi effetti sull’ambiente e sulla popolazione circostanti. In particolare quest’ultima, individuata in un’area di 4 km di raggio, è stata così suddivisa: i neonati nel 2003-2006 e i residenti al 1995. Grazie ad un’attività di ricerca e di sviluppo di nuovi metodi procedurali, esso mira principalmente ad un controllo delle emissioni derivanti dall’incenerimento dei rifiuti, con particolare attenzione agli inquinanti quali “metalli pesanti, IPA, ossidi di azoto e di zolfo, ossido di carbonio, acido cloridrico, diossine e furani, idrocarburi aromatici”, nell’obiettivo di verificarne l’impatto sulla qualità dell’aria.
A tal fine risultano necessarie rilevazioni mirate e specifiche che tengano conto del livello di esposizione da parte della popolazione, oggetto d’indagine, all’inquinamento prodotto dagli inceneritori, partendo in primo luogo dall’analisi dei cosiddetti indicatori di effetto a breve termine – come i ricoveri in ospedale – e di quelli a lungo termine, quali ad esempio la mortalità e l’incidenza tumorale. Nelle conclusioni, lo studio ha evidenziato la necessità di fornire un’interpretazione cauta dei risultati raggiunti dal momento che “gli end point considerati”, ovvero mortalità per causa ed incidenza tumorale “escludono malattie meno letali… la cui epidemiologia”, nelle popolazioni prese in considerazione, non è stata oggetto di studi altrettanto approfonditi.
Si raccomanda soprattutto di ridurre il più possibile il quantitativo di rifiuti da destinare all’incenerimento
Inoltre, poiché gli effetti di carattere sanitario degli inceneritori analizzati risultano essere contenuti ma non nulli, si raccomanda soprattutto di ridurre il più possibile il quantitativo di rifiuti da destinare all’incenerimento e si invita all’attuazione di misure di ammodernamento degli impianti attualmente esistenti, in linea con quelli al giorno d’oggi più avanzati. Si chiede, infine, di adottare un atteggiamento di cautela e precauzione circa la possibilità di dar vita ad ulteriori impianti dato che “la mancata dimostrazione di effetti a lungo termine non significa dimostrazione di rischio zero”.
A fronte di tali risultati, le sezioni di Bologna, Ferrara, Forlì, Parma e Piacenza dell’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) hanno sottolineato alcuni aspetti di fondamentale importanza. In particolare, si è posto l’accento sull’aumento dei tumori – al polmone negli uomini, al colon, ovaio ed endometrio nelle donne e dei linfomi non Hodgkin in ambedue i sessi – rilevato nella coorte di Modena maggiormente analizzata. È stato inoltre messo in luce il crescente andamento “della prevalenza di aborti spontanei in relazione ai livelli di esposizione”, nonché dei rischi di “piccoli per età gestazionale” e “di nascite pretermine”.
L’équipe dell’ISDE ha peraltro evidenziato come lo studio Moniter si sia limitato ad analizzare la presenza di diossine presenti nel particolato aereo e non anche in altre matrici viventi dove esse tendono ad accumularsi.
Secondo quanto afferma lo stesso ISDE Italia, facendo riferimento ad importanti studi condotti tanto in Europa quanto negli stati Uniti, esiste una diretta connessione tra l’immissione di sostanze inquinanti nell’atmosfera ed il cancro al polmone. Dal momento che le sostanze prodotte dagli inceneritori costituiscono alcuni tra i più importanti fattori che determinano la qualità dell’aria che respiriamo, intervenire su questo aspetto appare oggi una necessità fondamentale. Ridurre il livello di rifiuti prodotti, favorirne la raccolta differenziata e dunque il riciclo, laddove possibile, rappresentano un obiettivo irrinunciabile se si vuole realmente tutelare la salute di ognuno di noi.
Sempre l’ISDE sottolinea un altro aspetto da non sottovalutare evidenziando come “i decessi che si misurano o si stimano come effetto dell’inquinamento atmosferico” rappresentino “un effetto netto di una mortalità che sarebbe stata evitata se i livelli di inquinamento fossero stati inferiori”. Ignorare tutto questo significherebbe chiudere gli occhi di fronte ad una realtà che ci riguarda tutti, ogni giorno sempre più da vicino.
Acqua potabile, sprechiamo milioni di euro
Se le condotte non fossero un colabrodo basterebbe l’autoproduzione e non servirebbe neanche la Sorical
Domenico Marino
La rete idrica colabrodo sarà in prima pagina anche nel 2012. L’amministrazione Occhiuto è intenzionata ad affrontare e risolvere il problema alla… fonte, soprattutto perché ritiene che le troppe perdite siano un problema anche economico per Palazzo dei Bruzi. E in tempi di crisi, riuscire a recuperare pure pochi milioni di euro è un obiettivo auspicabile.
Spulciando una serie di dati appurati negli ultimi tempi, emerge che la rete idrica comunale, massacrata come poche altre, perde il 75% dell’acqua immessa. Che tradotta in denaro significa tra gli 8 e 10 milioni di euro l’anno. Sono 18 i milioni di metri cubi sui quali possiamo contare, tra quanti produciamo con le sorgenti comunali (8) e quanti ne acquistiamo dalla Sorical. Se consideriamo che ne fatturiamo appena 4, significa che ne vanno perduti circa 14. È facile capire che basterebbero i metri cubi prodotti in autonomia per coprire interamente la necessità cittadina, senza bisogno di acquistare nulla dall’esterno.
E non è finita, perché c’è un altro problema interessante valutato da Palazzo dei Bruzi con l’attenzione che merita, poiché complica maledettamente la distribuzione inficiando il servizio fornito alla cittadinanza. Si tratta delle drammatiche condizioni in cui si versa la rete idrica. Poiché è piena di perdite, fanno notare dal municipio, non è possibile mantenere sempre in pressione l’acqua nei tubi altrimenti se ne perderebbe molto di più che il 75%. Questo, chiaramente, aumenta i problemi nell’erogazione.
Ecco perché l’amministrazione comunale intende intervenire anzitutto sulla rete per rimetterla a nuovo come merita, quindi pensa ai contatori, alla manutenzione, alla gestione e a un monitoraggio continuo. I soldi per fare tutto? A sentire i vertici di Palazzo dei Bruzi non sono un problema, perché ci sono molti fondi disponibili che bisogna solo avere la capacità di intercettare e spendere. Il sindaco ha inserito la rete idrica in un pacchetto generale che prevede, tra l’altro, il verde pubblico, la mobilità urbana e i rifiuti, discutendone direttamente con il ministro Corrado Clini e la regione, assieme ai quali ha firmato un protocollo d’intesa ad hoc. Non nasconde le difficoltà di raggiungere l’obiettivo, però è pronto a mettersi a lavoro: «Non basta la bacchetta magica per intervenire sulla rete idrica, ma sono necessari anni di impegno. In passato – chiarisce Occhiuto – sono stati realizzati pezzi di rete mai entrati in funzione, quindi ormai non servono più. Basta pensare, inoltre, per capire quale situazione dobbiamo affrontare, che non esiste una mappa della rete fognaria cittadina».
In coda aggiunge qualche dettaglio sul protocollo d’intesa con ministero e regione: «È mirato ad attivare progetti virtuosi per la raccolta differenziata, la valorizzazione dei materiali raccolti, l’acqua, la bonifica del territorio, la valorizzazione del verde, dei sistemi naturali in generale, della mobilità sostenibile, e dell’efficienza energetica col progetto di turbine nel complesso San Domenico per riscaldarlo. Inoltre – chiude Occhiuto – pensiamo a mettere in rete tutti i pannelli fotovoltaici esistenti sul territorio comunale».
I bidoni di Amantea
Lo hanno trovato qualche giorno fa sulla spiaggia: un bidone, come potete vedere dalle foto, di plastica blu, con gocce scure e poco rassicuranti che fuoriuscivano dal coperchio. Il ritrovamento del bidone spiaggiato è avvenuto in Calabria, nel Comune di longobardi, a pochi passi da Amantea, che nel 2009 fu protagonista – tra l’altro – della partecipata manifestazione nazionale contro le “navi dei veleni”.
A chi appartiene questo fusto? E che cosa contiene? Può avere qualcosa a che fare con i 200 bidoni che sono stati persi tre settimane fa da una nave della Grimaldi Lines al largo dell’isola di Gorgona, in Toscana, e che contengono materiale di produzione industriale? “Probabilmente non c’entra niente – dice Gianfranco Posa, portavoce del Comitato De Grazia, che da anni si batte per sapere la verità sui segreti dei nostri fondali e dei traffici illeciti via mare di materiale tossico – ma questo bidone è diverso da quelli che vengono rinvenuti di solito sulle nostre spiagge, dunque vorremmo saperne di più. E chiediamo a chi sa qual è l’aspetto dei bidoni dispersi in Toscana di dirci se somigliano a questo”.
Sì perché, racconta Posa, è abbastanza normale trovare bidoni trascintai dalle correnti marine fino alla spiaggia in Calabria. “Solitamente però sono bidoni di alluminio, e hanno etichette attaccate – spiega ancora Posa – Si tratta di bidoni che contengono gli olii per i motori delle barche. Forse anche questo bidone contiene olii di questo tipo, ma è diverso dagli altri, perché p di plastica ed è blu”. E’ “parente” del carico disperso in Toscana. Se qualcuno sa qualcosa può farlo sapere commentando questa notizia, oppure scrivendo a redazioneweb@ilmanifesto.it




