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Dopo i due incontri dell’11 e 12 gennaio “Acqua pubblica (ancora) si può” tenutisi ad Acri e Lamezia Terme, il Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri” tira le somme. Anzitutto sono da evidenziare le numerose adesioni formali all’iniziativa di Acri da parte dei sindaci della provincia cosentina (almeno una cinquantina, secondo l’assessore Aiello), i quali iniziano a muoversi concretamente, come mostra la delibera per l’acqua pubblica approvata pochissimi giorni fa nel capoluogo bruzio. È da sottolineare inoltre il legame rafforzato tra il Coordinamento e la CGIL nel condurre la battaglia per la ripubblicizzazione, e va rimarcato, come è stato mostrato con dati reali dai tecnici chiamati ad intervenire dal Coordinamento, che una gestione pubblica efficiente dell’acqua in Calabria non solo è possibile, ma in alcune sedi, prima che subentrasse la Sorical, era già realtà.
Non poche sono tuttavia le questioni aperte, ad iniziare dal fatto che sia l’Ass. Greco che l’Ass. Incarnato, anche se con toni diversi, ci hanno riferito che dall’abbraccio con la Veolia (il partner privato della Sorical) non ci si può divincolare. Ci sarebbero penali altissime (250 milioni secondo Greco). Eppure, se un contratto non è rispettato, quanto può costare rescinderlo? In questi primi cinque anni di gestione la Sorical era obbligata ad investire quasi 100 milioni di € negli Acquedotti Calabresi. Lo ha fatto? Questa domanda attende ancora una risposta chiara, così come quella relativa alle garanzie sul mutuo da 240 milioni di € con la banca irlandese Depfa Bank, che ci auguriamo siano tutte a carico del privato. È nostra intenzione inoltre approfondire la questione emersa riguardo agli aumenti tariffari ai comuni, superiori a quanto previsto dalle delibere CIPE.
Continueremo a lavorare per una gestione trasparente della risorsa acqua. Il contesto non è favorevole, perché le SpA che la gestiscono non agiscono nell’ambito del diritto pubblico, ed il contrario della parola “pubblico” è “segreto”, ancor prima che “privato”. La nostra prospettiva è però quella di riappropriarci dei beni comuni, per diventarne pienamente responsabili, come unica possibilità di riscatto per la nostra Regione.






#1 da Mariateresa Costanzo il 1 luglio 2010 - 05:16
Cita
LA CLASSE NON E’ ACQUA MA L’ACQUA DIVENTA CLASSE.
Nell’approfondire lo sguardo sulle inevitabili e gravi ricadute della privatizzazione di questa risorsa naturalmente universale e universalmente naturale, sono partita con il considerare quanta acqua c’è, oltre che nel nostro corpo, anche nel nostro linguaggio, quante volte ci richiamiamo a questo primordiale elemento per esemplificare significati, dare senso a pensieri, concetti.
Nel nostro dialetto esistono motti, aforismi come: L’acqua passata unn macina mulinu; Amuri i luntanu è cumu l’acqua intra u panaru; Acqua a re, papari e vinu all’imbriacuni; Acqua e farina maigghjia chjina; Acqua viantu e llu diavulu a pitrati; Tantu sbatti l’acqua alla lancella ca si rumpi.
Nella lingua italiana: La barca fa acqua; acqua a catinelle; scrocio d’acqua; a fior d’acqua: tirare l’acqua al proprio mulino; uno specchio d’acqua; acqua alta; acqua alla gola; un brillante della più bell’acqua per indicare la purezza di una gemma; e così via.
Arrivata al modo di dire: LA CLASSE NON E’ ACQUA, nella mia mente si è immediatamente capovolto trasformandosi nell’assunto: L’ACQUA DIVENTA CLASSE E FA CLASSE proprio a cogliere il finale di questo disgraziato processo che, mirando alla privatizzazione di questa risorsa, si tradurrà in un problema di sopravvivenza soprattutto per i più poveri.
LA CLASSE NON E’ ACQUA MA L’ACQUA FA LA CLASSE già nei paesi sottosviluppati dove le guerre si combattono anche attraverso la gestione dell’acqua e L’ACQUA FARA’ LA CLASSE anche da quest’altra parte del mondo se tutto andrà come si teme.
L’ACQUA CHE SI FA CLASSE SI FA ANCHE GUERRA.
Nel Medio Oriente, uno scottante argomento sul tavolo delle trattative è lo sfruttamento delle falde acquifere della Cisgiordania contese tra Israele e l’Autorità palestinese; il Nilo è all’origine delle tensioni tra Egitto e Sudan, il fiume Indo rientra nella contesa fra India e Pakistan; la Turchia e l’Iraq, da secoli, si contendono il Tigri e l’Eufrate, la Slovacchia e l’Ungheria litigano per il Danubio, il Messico e gli Stati Uniti d’America sono in competizione per il Colorado. L’acqua dunque può suscitare conflitti tra nazioni.
Così IL SANGUE NON E’ ACQUA MA L’ACQUA DIVENTA E SI FA SANGUE.
ACQUA COME CLASSE, ACQUA COME GUERRA, ACQUA COME SANGUE.
Qualche anno fa ho avuto modo di andare e rimanere per qualche tempo in Palestina, nella Striscia di Gaza dove ho abitato nella casa della bambina che avevo in affidamento a distanza. Ho quindi condiviso con la sua famiglia tutte le difficoltà che è possibile avere in un territorio praticamente in guerra e dove, allora come ora, la guerra passa anche attraverso l’acqua. Il muro che Israele ha costruito e continua a costruire per isolare la Palestina, ha un andamento irregolare e ciò perché occorre isolare i palestinesi dai centri abitati e soprattutto bisogna tagliarli fuori dall’approvvigionamento idrico. La guerra, l’esclusione passava e passa attraverso l’acqua così l’acqua usciva dai rubinetti una sola volta a settimana e le donne palestinesi riempivano i bidoni, i secchi, per garantire ai propri figli una riserva sufficiente per una settimana intera.
I duecentomila palestinesi che vivono in comunità rurali, non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano impedisce anche la raccolta dell’acqua piovana mentre i coloni usano costantemente l’acqua corrente per innaffiare i propri giardini e riempire le proprie piscine.
Tutto è regolato dalla Legge sull’acqua di Israele del 1959 per cui le risorse idriche sono “una proprietà pubblica sottomessa al controllo dello Stato” che impedisce ai palestinesi di disporre liberamente delle proprie risorse idriche e che interdice la creazione di nuove infrastrutture idriche, vieta la trivellazione e la costruzione di pozzi senza autorizzazione. Tutte le risorse d’acqua sono dichiarate proprietà dello Stato israeliano.
Il consumo medio e annuale di un israeliano (357 metri cubi) è quattro volte superiore a quello di un palestinese della Cisgiordania (84,6 metri cubi) Il consumo domestico di un cittadino israeliano è tre volte maggiore a quello palestinese.
E in questi posti del mondo, in questi luoghi di sopraffazione, acquista maggiore evidenza e pregnanza il valore del femminile come elemento decisivo per l’evoluzione e la risoluzione di certi conflitti quasi a rinforzare il rapporto ancestrale esistente tra la donna e la vita che, originata nell’acqua del suo ventre, esce da lei per continuare a fluire, generare e rigenerare la vita.
ACQUA COME CLASSE. ACQUA COME GUERRA. ACQUA COME SANGUE. ACQUA COME DONNA.
Acqua e donna come portatrici di valore, un rapporto strettissimo soprattutto all’interno di società in via di sviluppo sottolineato dalla Dichiarazione di Dublino sull’acqua e lo sviluppo sostenibile che comprende le donne in uno dei suoi quattro principi:”Le donne svolgono un ruolo centrale nella fornitura, la gestione e la salvaguardia delle acque”.
L’altra metà del cielo a difesa dell’altra metà del pianeta Terra dove peraltro la superficie delle acque è superiore.
La ricerca dell’acqua è il compito che incombe su milioni di donne in tutte le regioni del mondo e, in particolare, in certe regioni del mondo dove la lotta alla fame e alla povertà è sempre più legata all’approvvigionamento dell’acqua.
E in questo disgraziato percorso che porta da Sorella Acqua a Merce Acqua occorre tenere presente che, nel mondo, già un miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, due miliardi e 400 milioni non dispongono di impianti fognari adeguati, 800 milioni di persone non hanno ancora i rubinetti d’acqua in casa, 2 milioni e 200 mila persone, in maggioranza bambini, muoiono ogni anno per malattie causate direttamente o indirettamente dal consumo dell’acqua e cibi contaminati o da organismi infetti che si riproducono nell’acqua.
ACQUA COME DONNA e, così come la donna, anche l’acqua non può circolare sotto forma di merce pena la distruzione dell’ordine sociale.
E proprio una donna brasiliana, leader del popolo indigeno Trukà, al suo sesto mese di gravidanza, ha varcato le soglie del mondo civilizzato per denunciare il mega progetto per la trasposizione delle acque del fiume Saò Francisco che è il terzo bacino d’acqua dolce di tutto il Brasile e principale fonte idrica di 33 popoli indigeni di quella zona.
Edilene Bezerra Pajeù ha recentemente viaggiato per l’Europa denunciando lo scopo di questo progetto che dirotterà il 70% dell’acqua del fiume a progetti di irrigazione di grandi monocolture destinate
all’esportazione. Solo il 4% delle acque del Saò Francisco resterà a disposizione della popolazione del luogo.
Questi progetti nel mondo, quelli in Europa, quelli che, a breve, si profileranno anche in Italia, devono essere assolutamente fermati.
Nel nostro Paese occorre fare in modo che, al milione di donne e uomini che hanno già sottoscritto per i referendum, se ne aggiungano altri milioni con la consapevolezza che occorre fermare l’ideologia del mercato che non può più essere il regolatore sociale e che l’acqua come la classe, come la guerra, come il sangue, come la donna non possono rientrare nell’economia dello scambio in una società che vuole e deve essere libera.
Mariateresa Costanzo
Via del Progresso 198
Lamezia Terme (CZ)
mtcosta@alice.it
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