Con una dichiarazione del
ministro Matteoli si dà inizio ai lavori relativi alla costruzione del ponte
sullo stretto: la data di apertura dei cantieri viene fissata al prossimo 23
dicembre.
L’impegno di risorse e le
dimensioni dell’opera impongono la chiarezza sulla procedura e validità tecnica
e giuridica di quanto si sta per compiere: non si possono chiedere ai cittadini
dell’area dello stretto sacrifici e rinunzie a tempo indeterminato a causa del
conseguente sconvolgimento del territorio, né all’intera nazione di rinunziare
all’uso più urgente di notevole quantità di denaro pubblico se l’opera, utile o
meno in futuro, non ha le necessarie – prioritarie- garanzie di fattibilità in
sicurezza, poiché sono in gioco anche i beni e la vita di coloro che di
quest’opera dovrebbero usufruire.
In atto, appare irresponsabile la
decisione del governo di prendere simili decisioni senza il pronunciamento
indispensabile del Consiglio Superiore LL.PP. quale suo massimo organo
tecnico-scientifico ufficiale, al quale istituzionalmente è demandato,
soprattutto, il compito di esaminare, e darne parere scientifico di merito, i
progetti delle grandi opere di interesse nazionale. Né tale pronunciamento
sarebbe stato possibile in mancanza di un progetto definitivo: tale mancanza è
esplicitamente dichiarata negli atti di conferimento in appalto dei lavori (in
data marzo 2006). Infatti, nel contratto stipulato tra la Stretto di Messina spa e
la cordata di imprese capeggiata dall’Impregilo, è scritto che l’esecuzione
delle opere (quelle relative al ponte sospeso ed alle altre notevoli e numerose
connesse e complementari) è subordinata alla elaborazione -a cura dell’impresa
appaltatrice con il corrispettivo di 63 mln- dei progetti esecutivi ed alla
loro approvazione da parte di organi ritenuti della massima competenza, scelti
dal CIPE super partes e cioè estranei ad ogni rapporto precedente e successivo
con la società Stretto di Messina.
Una procedura che appalta lavori
e li avvia senza un programma esecutivo definito, senza copertura finanziaria,
appare viziata da motivi oscuri, fuorvianti, non sostenibili da urgenza,
pertanto non condivisibili, inammissibili in termini giuridici e neppure
consentiti da una legge abnorme come la legge Obiettivo. I dati di un progetto
esecutivo e definitivo sono essenziali per indicare nei minimi dettagli
l’impatto tecnico dell’opera sull’insieme delle componenti che la definiscono,
con computi metrici non aleatori (l’importo delle opere non può che desumersi dalle
reali misure delle relative categorie di lavori con la sommatoria dei prezzi applicati
e non da progetti di massima: ne deriva l’incertezza dell’ammontare
dell’appalto che parte da 2,6 mld di euro nel 2002, raggiunge i 4,9 mld nel
2006 e ora già supera i 6,3 mld). In mancanza, ne consegue l’indeterminazione
dei tempi di esecuzione delle opere.
Il prof. Guido Signorino,
ordinario di Economia Regionale nell’Università di Messina ha ampiamente illustrato,
in occasioni ufficiali, questi aspetti ed altri ancora più pertinenti quali
motivi del suo dissenso, cui non ha fatto seguito nessun riscontro o
controdeduzione.
Se soltanto ci si dovesse
limitare alle precedenti considerazioni, vi sono tutti gli elementi per gridare
allo scandalo, suffragato dal fatto che la progettazione complessiva ed
esecutiva delle opere (indispensabile anche per configurarne l’aspetto
funzionale e il positivo rapporto costi-benefici) non è stata effettuata dalla
società responsabile, malgrado quarant’anni di ricerche, un centinaio di
consulenti di alta competenza scientifica, uffici, impiegati, amministratori,
denaro a profusione e senza controlli.
Ma lo scandalo supera ogni limite
quando si affronta il problema delle dichiarazioni di fattibilità di un’opera
di tali dimensioni – unica al mondo – e di tale impatto sul territorio e sulle
pubbliche finanze, quando non risultano risolte le problematiche connesse al
rischio sismico e alla compatibilità geotecnica, nella fattispecie, di
altissima complessità; quando rimane il ragionato dubbio se vi sarà mai un
progetto esecutivo reso attuabile dall’assenso scientifico conclamato.
Solo personaggi non qualificati,
politici o giornalisti di massimo o minimo livello, potranno continuare a sostenere
irresponsabilmente che l’opera, offerta al pubblico con un discutibile modello
in scala e in un ambiente idilliaco, è in grado di resistere ai terremoti di
grandi intensità (?!) ed a raffiche di vento a 240 km/ora: si diffonde così una
pessima e deviante informazione. Chiunque, però, abbia dimestichezza con
problemi che riguardano qualunque tipo di costruzioni sa bene che nessuna opera
di ingegneria, anche modesta, può essere attuata se non dopo l’approvazione, da
parte degli organi competenti, del relativo progetto esecutivo dal quale emerga,
senza alcun dubbio, la soluzione di ogni problematica tecnica, geodinamica,
geologica e il rispetto della legislazione che ne supporta l’assenso. Questo è
il presupposto di fattibilità e, in questo caso, deve essere corredato dalla
prova che i progettisti, con i loro elaborati, resi definitivi, avranno tenuto
in conto tutti gli eventi prevedibili (la risposta della struttura con la
certezza che non si verifichino le condizioni di risonanza sismica e
aerodinamica, il cui instaurarsi ne comporta l’inevitabile crollo, la tenuta
nel tempo di milioni di saldature in ambiente aggressivo e sollecitate a
fatica, l’espletamento in sicurezza e continuità degli interventi di
manutenzione e il loro costo di esercizio, la responsabilità e l’onere del
controllo costante ed efficace, l’ampiezza, le caratteristiche, delle massime
oscillazioni e la loro compatibilità con il traffico gommato e ferroviario
anche in casi di terremoti attesi di qualsiasi entità) ed anche quelli ritenuti
poco probabili, quali un sisma eguale o superiore al 7,5 gradi Richter.
Non
si può prescindere da questo percorso obbligato che oltrepassa leggi
strumentali e procedure permissive che si configurano pericolose per le
conseguenze, lesive degli interessi dei cittadini e contrarie ai principi
costituzionali. Né è legittimo fare riferimento ai ponti sospesi esistenti, sia
perché sono state segnalate in tutti i casi situazioni critiche manutentive e
di esercizio, sia per la eccezionalità della lunghezza dell’unica campata.
Si fanno avanti, invece, autorevoli
dissensi, perplessità, richieste di chiarimenti, dichiarazioni di ripensamenti:
il professor Remo Calzona, ordinario di Tecnica delle Costruzioni presso
l’Università di Roma, membro del comitato scientifico della Stretto di Messina (in
una sua recente pubblicazione: La ricerca
non ha fine. Il ponte sullo Stretto di Messina), denunzia l’instabilità
sismica delle torri di ancoraggio del ponte sospeso e la sua non fattibilità; molti
dubbi provengono da noti geologi, da ricercatori e studiosi, da ambienti
accademici qualificati, semplicemente ignorati da chi è tenuto a dare risposte
ovvero a dibatterne il contenuto.
Per restare nell’ambito dell’Università di Messina, il professor
Giancarlo Neri, ordinario della facoltà di scienze, autore e coautore di
numerose pubblicazioni sui problemi geodinamici e sismotettonici nell’area dello
Stretto e del tirreno meridionale, in occasione dell’inaugurazione dell’anno
accademico 2009-2010 (21 novembre ’09), ha illustrato, tra l’altro – nella sua
prolusione dal titolo RISCHIO SISMICO E IDROGEOLOGICO – Osservazioni, interpretazioni ed esigenze di studi futuri nel Messinese
– “…una mappa strutturale schematica
delle principali strutture di faglia […] frutto di una complessa opera di analisi
interpretativa e di sintesi,[che] dunque
possiede in se un certo grado di soggettività….” Le faglie sono le fratture
della crosta terrestre, ciascuna potenziale origine di terremoti. Nella mappa,
in un’area comprendente la
Sicilia, la
Calabria meridionale e il mare circostante, si conta un
centinaio di faglie. “Tuttavia, poiché le
faglie sismogenetiche possono rimanere silenti anche per periodi di tempo molto
lunghi (decenni ed oltre), lo studio della sismicità recente di una regione (ovvero
della sismicità analizzata con il supporto delle registrazioni strumentali) può
non rivelare tutte le strutture sismogenetiche presenti nella regione stessa.” Per
quanto riguarda il ponte sullo Stretto ciò indica la insufficienza, in atto, di
conoscenze essenziali, non
soggettive, sull’origine, intensità, caratteristiche dei possibili terremoti nell’area
dello Stretto e quindi l’impossibilità
di definire, in termini scientificamente validi e non approssimati, la risposta
sismica di una struttura, come è richiesto da opere di così eccezionale
rilievo. A quanto descrive il prof. Neri si aggiunge una recente ricerca
condotta dal Centro Nazionale Terremoti, Istituto Nazionale di Geofisica e
Vulcanologia, con un progetto che “…. ha
anche l’obiettivo di migliorare la conoscenza del campo di deformazione
dell’area Calabro-Peloritana[..] dominato da alcuni processi geodinamici che
interagiscono tra loro e la cui definizione non è ancora completa[…] e di
formulare una stima più precisa e documentata del tasso di deformazione attuale
dello Stretto di Messina.
I problemi fondamentali irrisolti impediscono,
quindi, la stesura di un progetto definitivo e l’avvio dei lavori, forse
mascherando interessi diversi da quelli che si vogliono fare apparire, rappresenta
un inutile scempio operato su un territorio già fisicamente dissestato.
Sarebbe necessario, ai fini di un
corretto e trasparente rapporto tra le istituzioni pubbliche e i cittadini, che
alle opinioni ed ai giudizi degli studiosi, alla luce dei fatti, si
aggiungessero quelli dei partiti politici, di maggioranza e di opposizione, su
una vicenda tanto complessa da coinvolgere non soltanto l’opinione pubblica ma
l’interesse dell’intero paese.
Messina 24 novembre ’09 Claudio
Villari, ingegnere. ITALIA NOSTRA- Sez. di Messina.




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