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Pestando nel mortaio delle grandi opere

Oggi, di nuovo, grandi titoli sui soldi
stanziati dal Cipe per le infrastrutture strategiche e altre minori.
Gli stessi di qualche mese fa, solo pubblici. Intanto, si dilapidano
risorse preziose per il Ponte sullo stretto, che deve essere ancora
progettato.

La [non] notizia di questa mattina è che il
Cipe, Comitato interministeriale per la programmazione economica, ha
dato il via libera a 8,8 miliardi di euro per le opere infrastrutturali
strategiche e per qualche altra opera «minore», come gli interventi per
il ripristino degli edifici pubblici de L’Aquila [200 milioni].

Fra le
opere «grandi» ci sono sempre la Pedemontana lombarda [4,16 miliardi],
le metropolitane M4 e M5 di Milano [910 e 781 milioni], il primo lotto
del cosiddetto Terzo valico dei Giovi, cioè l’alta velocità ferroviaria
fra Genova e Milano [500 milioni], nonché la progettazione del Ponte
sullo Stretto di Messina [1,3 miliardi].
Tutte opere e risorse già
annunciate e «spacciate» più volte, come ben dimostra la vicenda del
Ponte. Per la progettazione dell’opera, oggi il Cipe ha stanziato gli
stessi fondi già deliberati nella seduta del 6 marzo scorso, e che
saranno forse annunciati di nuovo a breve, visto che, è stato già
detto, è necessaria un’altra riunione del Comitato entro il 1 dicembre.
In quell’occasione si dovrebbero sbloccare i fondi Fas, che per «motivi
tecnici» non sono stati liberati nella seduta di oggi, con grande
contrarietà delle amministrazioni del sud, alle quali sarebbero
prioritariamente destinati.

L’accelerazione, se così si può dire, del Cipe sulle opere prioritarie
fa il paio con l’annuncio fatto meno di un mese fa dal presidente del
consiglio, Silvio Berlusconi, che prometteva l’apertura dei cantieri
del Ponte il prossimo 23 dicembre.
Ma, come dicono le stesse carte del
Cipe, il finanziamento è per la progettazione, perché l’assurdo è che
questa opera faraonica e insensata non ha né il progetto esecutivo né
tanto meno il progetto definitivo.
E il governo non ha le risorse per
realizzarlo: il suo costo, infatti, è almeno cinque volte superiore ai
fondi deliberati, superando i 6 miliardi di euro [senza contare i
consueti adeguamenti dei costi in corso d’opera].
«Non vorremmo che,
pur di aprire un qualche cantiere, si spacciasse la realizzazione della
bretellina ferroviaria di Cannitello [1-2 chilometri di linea] in
Calabria, opera connessa al ponte, come l’inizio dei lavori.
Sarebbe
una beffa che, in qualche modo, tende a nascondere il danno già fatto a
Calabria e Sicilia dirottando 1,3 miliardi di euro di fondi Fas
destinati al sud a un’opera irrealizzabile per vincoli tecnici,
economico-finanziari e ambientali, invece che destinarli al risanamento
del territorio», era stato il commento del Wwf all’annuncio del premier
riguardante il Ponte.

Con i fondi stanziati oggi, commentano dal governo, la cifra destinata
alle infrastrutture arriva a 23 miliardi dall’inizio della legislatura.
Ma di quali soldi parlano, se è vero che neppure il miliardo e trecento
milioni per il Ponte è immediatamente disponibile, ma sarà centellinato
di anno in anno dal Cipe, come stabilito dal decreto anti crisi? E dove
sono i privati interessati a entrare nel business delle grandi opere?
Sono di nuovo le carte ufficiali del Cipe [cioè dei ministri del
governo] a parlare chiaro. La delibera approvata nella seduta del 6
marzo scorso riporta i conti fatti: il valore complessivo delle opere
infrastrutturali sottoposte al Cipe, che ammontava a circa 91 miliardi
di euro nella ricognizione del novembre 2006, è salito a 116,8 miliardi
di euro. La copertura finanziaria c’è per circa il 57 per cento, cioè
66,9 miliardi di euro, di cui 41,1 a carico di risorse pubbliche e 25,8
a carico di privati.
Di investitori privati non c’è nemmeno l’ombra,
mentre i pochi soldi promessi sono solo pubblici. La riflessione che
apre la realizzazione delle grandi opere non è, ovviamente, solo di
natura economica: ben altro è stato detto e dimostrato sulla loro
inutilità e dannosità, a scapito di interventi più economici, utili e
avanzati.
Ma tant’è, bisogna contare sul fatto che le casse pubbliche
sono al verde, nonostante le favole di Berlusconi e dei suoi ministri.

di Anna Pacilli per Carta

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