Archivio per agosto 2009

Nuovi clamori sulla Jolly Rosso, ma l’inchiesta va tolta alla Procura di Paola

dal blog di Francesco Cirillo

Proprio mentre è in corso la stagione estiva , mentre si parla di mare inquinato e depuratori mal funzionanti riesplode nuovamente la Jolly Rosso. Il settimanale L’Espresso riporta il caso a galla scrivendo di nuove testimonianze e di un area completamente radioattiva dove potrebbero essere sepolti i rifiuti provenienti dalla nave. Si tratta della località Foresta di cui si è ampiamente già parlato e dove avvennero scavi qualche anno fa fino ad otto metri di profondità trovandovi materiale tossico. Poi il silenzio . Io parlai di questo sito in un lungo articolo pubblicato il 18 dicembre del 2004. Notizie riprese dal resoconto stenografico dellaseduta del 15 luglio del 2004 sulla Jolly Rosso che per la prima volta venne pubblicato. Alla presidenza è l’onorevole Clemente Mastella. L’interrogante è l’onorevole Vianello dei Ds, per conto del governo, le risposte sono del sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento, senatore Ventucci. Dalla lettura del verbale si evince, e si rimane sconcertati, che il governo praticamente era a conoscenza di tutto il movimento delle navi oltre che dei luoghi segreti dove erano stati sepolti i rifiuti molto probabilmente provenienti dalla nave. Il governo sapeva tutto.

Sapeva cosa voleva fare la ditta Messina che gestiva le navi come quella arenata ad Amantea, conosceva i siti inquinati “con particolare riferimento a Grassullo, nel comune di Amantea (in provincia di Cosenza), e a Foresta Aiello, nel comune di Serra D’Aiello (sempre in provincia di Cosenza”. Conosceva i piani segreti trovati sulla nave per sparare con missili teleguidati i rifiuti tossici nei fondali del mediterraneo. Dice infine il rappresentante del governo Ventucci che il magistrato Francesco Greco poteva usufruire di tutti i fondi che riteneva necessario per portare a termine il disinquinamento dell’area. Fondi mai trovati né arrivati presso la Procura di Paola e che quindi portarono alla sospensione delle ricerche, essendo queste molto costose ed abbisognose di ditte specializzate con tecnologie nuove e sofisticate. Nel senso che queste ricerche non possono farsi con una pala. Oggi quindi si spacciano per nuove notizie vecchie cercando di riabilitare un inchiesta che si è fatto di tutto perché venisse arenata sin dall’inizio. Il tutto condito da presunte nuove rivelazioni che spingerebbero la Procura di Paola a indagare , dandole meriti sul lavoro svolto negli anni precedenti. Rivedendo però la sequenza dei fatti risulta esattamente il contrario. Risulta , da fatti e non da parole che la Procura di Paola per ben tre volte ha archiviato il caso della Jolly Rosso. Che ha disperso i fascicoli dell’inchiesta in altri Tribunali della Calabria, a Lametia Terme e Reggio Calabria, facendoli stare lì ad ammuffire per quasi un decennio. Non si è mai capito per esempio perché e chi soprattutto ha mandato i fascicoli della Jolly Rosso da Paola al tribunale di Lametia terme e di Reggio Calabria . Per il tribunale di Reggio Calabria c’è una logica che è quella di inserire la Jolly Rosso nella vasta inchiesta che da decenni conduce il giudice Neri. Ma Lametia ? Sembrerebbe un depistaggio vero e proprio che fino ad oggi non ha colpevoli , d’altra parte mai neanche cercati. Così come risulta ridicola l’accusa , l’unica accusa fatta alla società Messina, proprietaria della Jolly Rosso,di occupazione di suolo demaniale e non di abbandono di rifiuti dal momento che nei fondali di fronte alla nave vennero trovati numerosi containers e attrezzi vari. Nel processo svoltosi a Paola si parlò solo di occupazione di suolo pubblico e non si disse una sola parola sui rifiuti tossici e sul contenuto reale della nave . Cosa che ha portato all’assoluzione clamorosa della società che in un trionfale comunicato parlò di fine della vicenda. Un inchiesta quindi chiusa per ben tre volte e nonostante ciò , si impedisce ai giornalisti di spulciare fra i voluminosi fascicoli dell’ inchiesta pur essendo la stessa oramai archiviata, come se si volessero tutelare segreti ed altro depositati all’interno di questi. Una richiesta di visione atti, venne da me fatta a dicembre del 2007 un’altra a febbraio del 2008 , entrambe vennero respinte. Una voce ben informata all’interno del tribunale di Paola mi disse, mentre attendevo la risposta del giudice alla mia richiesta di visione degli atti all’indomani dell’ultima archiviazione : ” in quei faldoni c’è tutto scritto, e c’è la verità sulla Jolly Rosso, se vogliono scoprono tutto, ma stai tranquillo che non ti faranno mai mettere mano su quei fascicoli !”. Appunto, quei faldoni a Paola se li tengono ben stretti. Salvo ogni tanto uscire con clamorose novità che novità non sono. Ma andiamo con ordine, giusto per ripeterci cose che abbiamo più volte scritto e sostenuto da soli sulle coraggiose pagine di questo giornale. Il settimanale L’Espresso , nell’articolo “Calabria al veleno” (n.34 del 27 agosto 2009) , a firma di Riccardo Bocca scrive: ” Ai magistrati invece venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra. A lungo, come riferito in numerosi articoli dell’Espresso gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità “.

Tutto questo non è assolutamente vero ! La Procura di Paola al contrario tentò di affossare subito la vicenda , altro che ” a lungo gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità” . Siamo nel 1990 . La Procura di Paola è nel mirino del governo per una lotta fratricida scoppiata fra i magistrati . Tutti i magistrati secondo un rapporto scritto da Granero sono implicati in varie storie di mafia legate direttamente o indirettamente al clan Muto di Cetraro. Occorre ricordare che non casualmente, il 24 luglio del 1991, l’allora ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, dispose un inchiesta negli uffici giudiziari di Paola “per accertare eventuali anomalie nella gestione di taluni procedimenti penali”, di cui venivano accusati alcuni magistrati e, tra questi, anche il giudice Fiordalisi. Nei suoi confronti , nel febbraio 92, così si espresse l’ispettore ministeriale nella relazione conclusiva consegnata al Guardasigilli: ” numerosi comportamenti di rilievo disciplinare o apprezzabili sotto il profilo della compatibilitā ambientale risultano a carico del giudice Fiordalisi“.Alla fine della sua indagine , l’inviato ispettivo Granero” firmerà un rapporto di fuoco, pare di dodici volumi ( è scritto tutto in un libro fatto sparire dalle librerie intitolato “Come nasce una mafia” a firma del giornalista Luigi Michele Perri). Nel libro non si parla della Jolly Rosso , ma dei rapporti che a vario titolo i magistrati della procura avevano intessuto con esponenti dei vari clan mafiosi del tirreno. In effetti lo spiaggiamento della nave, improvviso ed inaspettato per le organizzazioni criminali ha avuto bisogno di una notte perché si potesse svuotare il carico della nave e portare tutto nei siti che poi sarebbero stati individuati dai carabinieri. E cioè quello in località Foresta nei pressi del fiume Oliva e quello in località Grassullo. Il myday dalla nave parte alle 7,55 del 14 dicembre del 1990. A darlo è il comandante Luigi Pestarino. La nave in quel momento si trova davanti Amantea a 15 chilometri dalla costa. I soccorsi giungono alle 10 e un quarto con due elicotteri che trasportano tutti i 15 membri dell’equipaggio a Lametia Terme. Il comandante dice di aver sentito un colpo proveniente dalla stiva e che a seguito di un controllo l’acqua stava invadendo tutta la nave. Ma di questa falla in seguito non si è trovata alcuna traccia. E’ chiaro che si pensava che la nave affondasse forse mettendo in moto tutte le pompe antincendio che a quell’epoca non erano munite di chiusure di emergenza com’è oggi nelle moderne navi. Qualcosa non ha funzionato nell’affondamento e la nave continuò a galleggiare fino a spiaggiare a Campora San Giovanni in località Formiciche dove giunse sospinta dalle correnti alle ore 14 del 14 dicembre. I carabinieri, la guardia di Finanza, membri dei servizi segreti, rappresentanti della società armatrice Messina giungono sul luogo alle 5 del giorno successivo, il 15 dicembre. La nave quindi su quella spiaggia è rimasta tutto il pomeriggio e l’intera notte senza alcuna vigilanza. Ed è in quella notte che si sono visti movimenti di camion, ruspe e quant’altro attorno alla nave e lungo le strade che portano alle località Grassullo, Foresta, Fiume Oliva, Serra d’Aiello. Perché non si è subito istituito un servizio di sorveglianza attorno alla nave ? E’ chiaro come il sole che scattarono coperture. In quegli anni ad Amantea vi era un clan molto forte che ha continuato ad operare indisturbato fino ai giorni d’oggi gestendo pezzi del Comune, del porto, del demanio. La Procura di Paola , allora, affidò l’indagine al GIP Domenico Fiordalisi , il quale non notò niente di strano all’interno di quella nave, ammesso che ci sia mai salito ed entrato su quella nave. Fatto sta che misteriosamente, pur essendoci infiniti fatti strani che vanno dal falso affondamento al materiale che venne trovato sulla plancia della nave (sembrava una battaglia navale disse il comandante della capitaneria di porto di Vibo Bellantone salito sulla nave il giorno dopo ) , il gip Fiordalisi archiviò subito tutto e dette immediatamente ordine a che la nave venisse smantellata. Che fretta c’era a smantellare subito la nave ? A far sparire una prova così importante che andava sicuramente ancora di più studiata ed approfondita. La Messina appena avuta notizia dell’archiviazione, dà subito mandato e soldi ad una società olandese perché smantelli la nave. Consegna alla società 800 milioni di vecchie lire. Ma improvvisamente questa società abbandona il lavoro. E ne subentra un’altra, calabrese questa , che porta a termine l’operazione. Della fine dello smantellamento ne dà subito notizia il noto giornalista paolano Gaetano Vena sempre ben addentrato negli uffici della Procura di Paola. Vena scrive sulla Gazzetta del Sud del 20.06.1991 : QUASI COMPLETATA L’OPERAZIONE DI DEMOLIZIONE DELLA “ROSSO”. Amantea: Nessun materiale nocivo all’interno dei container trasportati dalla nave arenata .Si sta quasi completando ad Amantea,l’óperazione di demolizióne della grossa nave da carico “Rosso” della società Ignazio .Messina SpÀ di Genova, che proveniente da Malta e diretta a La Spezia,.si arenò sulla spiaggia in lócalità “Le Formiciche” il 14 dicembre dello scorso anno per una violenta tempesta di mare: . All’atto dell’insabbiamento del cargo nella zona si era creato un falsó allarme facendo supporre che trasportasse container con materiale inquinante mentre gli stessi container da quanto è risultato dall’inchiesta giudiziaria contenevano vettovaglie varie tra cui sostanze alimentari e generi di consumo. L’inchiesta è’ stata diretta `dal sostituto procuratore della Repubblica di Paola, dott. Fiordalisi e coordinata dal comandante in seconda della capitaneria di .porto di Vibo Valentia, capitano di fregata Giuseppe Bellantoni. Il fatto, però, che per oltre sei mesi il relitto è rimasto arenato nella suggestiva spiaggia ha creato non pochi problemi sotto il profilo turistico-ambientalistico . L’assessore provinciale di Cosenza Salvatore Caruso, che è anche, capogruppo consiliare del Psi al Comune di .Amantea, per due volte si è rivolto al ministero della Marina Mercantile che è intervénuto opportunamente per sollecitare la rimozione del relitto che in ultima analisi è stato deciso di demolire. Il Consiglio Comunale di Amantea, su proposta dello stesso Caruso, si è costituito parte civile per gli eventuali danni che lo stesso relitto potrebbe causare.  ”0ra – ha ribadito l’assessore provinciale Caruso- vogliamo ché sia ridata alla spiaggia piena efficienza per essere utilizzata nell’imminenza della stagione balneare»: Dopo altre e considerazioni polemiche Caruso ha rilevato «come è difficile in Calabria affrontare problemi di ordinaria amministrazione che; mentre in Liguria o, nél Nord Italia vengono risolti al massimo in qualche mese, da noi ci vogliono almeno sei mesi. E se ora ci siamo finalmente riusciti — ha concluso – debbo pubblicamente ringraziare la “Gazzetta del Sud” che- su questo problema ha dimostrato grande sensibilità». I lavori di demolizione del Cargo sono stati curati dalla società dell’armatore della stessa nave e dalla Mosmode Sas di Crotone.. La capitaneria di porto di Vibo Valentia di cui è comandante il capitano di fregata Vincenzo Milo, ha fatto obbligo all’armatore della Rosso di: depositare un miliardo con fideiussione bancaria o polizza assicurativa. E’ stata inoltre ordinata una recinzione con apposite segnalazioni nell’arco di mezzo chilometro con il divieto di navigazione, pesca e ancoraggio. Ultimati i lavori di demolizione si dovrebbe procedere alla pulizia della spiaggia e al suo livellamento per riportarla al suo stato originario. Se ciò non fosse possibile per il cattivo tempo, secondo quanto ci è stato confermato dall’autorità competente, si provvederà a chiudere il pezzo di spiaggia non recuperato.

Un articolo dettato da chi fin dall’inizio ha voluto sminuire e togliere di mezzo ogni sospetto sulla tossicità ed il contenuto della Jolly Rosso. Nella popolazione passò l’idea che in quella nave non ci fosse niente di strano e quindi partecipò allo smantellamento cominciando a prendersi tutto ciò che veniva fuori dalla stiva. Ci sono testimonianze raccolte direttamente da me che dicono di contadini che si sono presi containers per farne depositi di attrezzi nelle loro terre, di cittadini che si sono presi casse di frutta sciroppata , di sugo di pomodori ed altre vettovaglie scaricate dalla nave. Non c’era nessun pericolo si disse, ma alla procura invece sapevano e difatti il procuratore della repubblica di Paola Luciano D’Emmanuele davanti alla commissione bicamerale, seduta segreta n.106 del 14 luglio 2004 declassificata ai sensi della delibera della Commissione del 15 febbraio 2006 dice tranquillamente : l’ipotesi investigativa si arricchisce poi attraverso documentazione e testimonianza, e tutto questo fa ritenere,a livello di ipotesi, che sulla motonave Rosso fossero imbarcati rifiuti tossico nocivi, o comunque radioattivi, per un successivo illecito smaltimento”.

Se trovano un immigrato con un cd falso lo arrestano subito, ma un fatto del genere invece non suscita colpi di testa da parte dei magistrati, incriminazioni, arresti, mandati di comparizione, avvisi di garanzia, perquisizioni negli uffici della compagnia, finanche errori giudiziari, ma solo archiviazioni e processi farsa come quello per occupazione abusiva demaniale. Tutti da un momento all’altro diventano garantisti . Dopo l’archiviazione i falconi escono dal Tribunale di Paola. E dove finiscono ? Prima in quello di Reggio e poi in quello di Lametia per ritornare finalmente a Paola nel 2003 quando il giudice Francesco Greco riapre l’inchiesta clamorosamente. Ora iniziano davvero le indagini. Greco si avvale di nuove collaborazioni e comincia a delineare tutto lo scenario che portarono allo spiaggiamento e poi alla scomparsa del carico esistente nella nave. Ma non riesce a trovare prove. A suo dire viene contrastato dalle stesse istituzioni che non collaborano affatto con le sue ricerche nel territorio. Non bastano nemmeno le dichiarazioni del pentito della ndrangheta dette direttamente al TG1 a far finanziare le ricerche. Poi così come è stata clamorosa la riapertura dell’inchiesta nel 2003 così è clamorosa la richiesta di archiviazione fatta dallo stesso giudice. Una richiesta di archiviazione che suona un po’ come una sconfitta non solo per lo stesso giudice ma anche per tutti coloro che negli anni hanno attivamente collaborato alla ricerca dei siti radioattivi e di altre navi delle quali il pentito parla e che sono state affondate nel mare fra Cetraro e Maratea. C’è un fallimento nell’aria, riguardo a questa inchiesta ma anche cose troppo strane che puzzano come rifiuti lasciati lungo la strada. Il vuoto che si è creato attorno all’inchiesta si vede anche da quanti si sono opposti all’archiviazione. Tra una ventina di enti che in vari occasioni avevano pubblicamente detto di costituirsi parte civile , solo due si presentano all’appello. La Legambiente e il comune di Longobardi. Per la Legambiente l’opposizione all’archiviazione viene presentata dal combattivo avvocato consentito Rodolfo Ambrosio. Questo giovane avvocato viene dallo studio dell’avvocato Martorelli da poco deceduto, ma del quale si ricordano ancora le sue coraggiose battaglie contro la mafia politica e assassina e contro qualsiasi imbroglio a carattere istituzionale. L’avvocato Martorelli ha da sempre insistito perché si cercasse un collegamento fra la morte di Ilaria Alpi e la scomparsa delle navi tossiche nel mediterraneo. Martorelli era convinto di questo e l’avvocato Ambrosio , suo diretto erede delle sue battaglie, ne è pienamente convinto anc’egli. Nella richiesta di riprendere l’inchiesta allega decine e decine di documenti, verbali di audizioni delle varie commissioni parlamentari, cronistorie. Anche il comune di Longobardi presenta opposizione puntando però su un altro aspetto inquietante di tuta la vicenda. E cioè l’aumento terribile di morti e malati di tumore in tutto il tirreno casentino.Ci sarebbe voluto un movimento di opinione forte che facesse mettere le mani sulla coscienza i giudici. Ci sarebbero volute manifestazioni di protesta che rompessero il silenzio di politici regionali, comunali, provinciali. Invece si crea solo una cortina di silenzio. In questo silenzio assoluto ed assordante , il giudice Salvatore Carpino respinge le due uniche richieste di opposizione. La Jolly Rosso affonda per la terza volta. Ecco perché sono giunto alla conclusione che questa inchiesta non può più rimanere a Paola. A mio avviso non esistono più le condizioni ambientali perché con serenità si possa operare nella ricerca della verità. Occorre un personale quindi diverso. Nuovo, che non abbia nessun collegamento con la realtà del territorio, che non abbia mai avuto a che fare con personaggi loschi e di malaffare che circolano nel tirreno casentino, tuttora liberi e vegeti, sempre con le mani nel malaffare e soprattutto facenti parte di quel circolo vizioso che mantiene sempre a galla politici, sindaci,istituzioni vari . Un circolo vizioso che difficilmente si romperà dal suo interno. Eppure gli elementi per tenere in vita l’inchiesta c’erano eccome. Episodi dimenticati finanche dalla stampa e da attenti giornalisti come Riccardo Bocca. Per esempio:

l’8 settembre del 2001 un camion proveniente da Caserta sbanda in località Tonnara di Amantea, proprio in vicinanza delle discariche, e si ribalta. Dal camion fuoriescono sacchi e liquidi tossici. La zona venne subito perimetrata ed impedito a cittadini e passanti di attraversarla per diversi giorni. Cosa contenevano quelle sostanze ? la notizia venne data da me attraverso il quotidiano IL DOMANI l’11 settembre del 2001. Nessuno riprese quella notizia e in seguito non si seppe nulla del camion nonostante l’intervento del WWF di Amantea.

Il 18 aprile 2007 la capitaneria di porto di Cetraro con ordinanza n.03/2007 vieta l’attività di pesca e strascico in due aree del tirreno: una tra Belvedere e Diamante distante dalla costa circa 10 miglia dove esiste a 400 metri di profondità una specie di conca; l’altra a sud di Cetraro a 3-4 miglia dalla costa. L’ordinanza a seguito dei risultati di campionamenti di sedimenti marini che evidenziarono il superamento del valore di concentrazione relativamente all’arsenico, al cobalto,alluminio e cromo.

Questo luogo coincide con lo stesso luogo indicato dal pentito di mafia Francesco Fonti. E questo luogo coincide anche con le ricerche effettuate da parte del PM Greco. Le ricerche riguardavano la nave Cunsky affondata al largo di Cetraro La nave che ha effettuato le ricerche fino al 13 dicembre 2008 nel mare di Cetraro è la nave SPS da ricerca oceanografica “UNIVERSITATIS” . Sembra che le ricerche vennero sospese per mancanza di fondi.

Natale De Grazia e Ilaria Alpi. Il capitano di corvetta Natale De Grazia, 39 anni, consulente tecnico del pm reggino Francesco Neri, parte il 12 dicembre del 1995 con l’incarico di interrogare proprio l’equipaggio della Jolly Rosso ma a La Spezia non arriverà mai. L’ufficiale ha un malore durante il viaggio. L’autopsia, eseguita una settimana dopo il decesso e dietro pressioni dei magistrati, non conferma l’ipotesi dell’infarto.

Sembra che il capitano De Grazia sia stato anche ad Amantea e che qui abbia parlato con qualcuno del luogo. Ma se De Grazia è stato ad Amantea in modo ufficiale non dovrebbero esistere verbali di eventuali incontri ufficiali in qualche ufficio della capitaneria di Porto di Cetraro o Vibo o in qualche caserma dei carabinieri ?

Ma esiste un collegamento fra la morte di Ilaria Alpi e De Grazia ?

Alcuni fatti sembrano dire di si . e lo scrive chiaramente nel Rapporto Ecomafia del 2003 la Legambiente.

“Alle rotte di questi traffici illeciti, che spesso si sovrappongono con quelle delle armi, sembrano legarsi alcuni misteri del nostro Paese, come quello delle navi a perdere, affondate nel Mediterraneo e di cui si è persa traccia. Morti improvvise che suscitano ancora interrogativi, come quella del capitano di corvetta Natale De Grazia, indispensabile collaboratore della Procura presso la pretura di Reggio Calabria durante le indagini relative proprio ai carichi trasportati dalle navi fantasma. Delitti efferati, come quello di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Alla giornalista del Tg3 e al suo operatore, assassinati a Mogadiscio il 20 marzo del 1994, è dedicato un capitolo del Rapporto, curato da Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari, tre giornalisti di “Famiglia cristiana” autori di innumerevoli articoli sui traffici illegali di armi e rifiuti e di un libro: “Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici”. Dietro quel duplice omicidio, questa è l’ipotesi sostenuta da robusti riscontri, si potrebbero nascondere proprio traffici illegali, di rifiuti e di armi, scoperti da Ilaria Alpi durante il suo lavoro in Somalia. Non è la prima volta che viene ipotizzato uno movente di questa natura: già nel 1996, la relazione conclusiva della prima Commissione monocamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sottolineava l’inquietante coincidenza tra la segnalazione di smaltimenti illeciti al largo delle coste della Somalia e la cittadina in cui Ilaria aveva realizzato il suo ultimo servizio: Bosaso. Un’ipotesi ripresa anche in altre relazioni della successiva Commissione bicamerale d’inchiesta, quella della XIII legislatura “

Infine le piattaforme di cemento ritrovatre sei mesi fa lungo il fiume Oliva es sequestrate dagli uomini della capitaneria di porto di Vibo e dai carabinieri dle NOE.

Come si può vedere dopo questa lettura dei fatti di elementi ce ne sono parecchi perché l’inchiesta potesse restare aperta. Elementi suffragati da numerose prove sulle quali bisognava lavorare in modo serio, ma tenendo presente che i fatti come dice il giudice Carpino nella sua ordinanza di archiviazione del 12 maggio 2009 sono avvenuti nell’ormai lontano 1990 ! Che speranza ha oggi il nuovo procuratore capo della procura di Paola , Bruno, perché la Jolly Rosso ritorni a galla ?

su Facebook si è costituito un gruppo VERITA’ PER LA JOLLY ROSSO !

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Sabato 5 settembre a Laino Borgo manifestazione popolare

centrale_parcoDifendiamo insieme la nostra terra e i nostri diritti!!!
La grande mobilitazione popolare al Parco del Pollino, che ha visto tanta gente presidiare i propri diritti dal mattino fino a notte fonda, ha ottenuto la sospensione del parere favorevole del Parco al progetto dell’Enel.

Non basta ancora! L’affaristica aggressione dell’Enel deve essere sconfitta definitivamente!

Basta con i tentennamenti e gli opportunismi. Lottiamo per il diritto alla salute e allo sviluppo della Valle del Mercure, che la Centrale ENEL affosserebbe definitivamente.
La nostra terra e le nostre popolazioni hanno già subito fin troppi danni dalla centrale dell’Enel.
Sindaci, Associazioni, Comitati, semplici cittadini, hanno denunciato gravissimi aspetti del progetto Enel. Tra cui, centinaia di camion che congestionerebbero le nostre strade e renderebbero irrespirabile la nostra aria; posti di lavoro persi, nelle attività turistiche e nel commercio dei prodotti tipici locali; nessuno sviluppo reale dell’occupazione, diversamente da come millantato dagli amici dell’Enel.
È tempo che quei Sindaci e Amministratori fin qui troppo sordi o troppo compiacenti prendano finalmente esempio da quelli che invece tutelano veramente e sul campo la legalità e gli interessi dei propri amministrati. Le popolazioni della Valle del Mercure hanno il diritto di decidere del loro territorio e della loro vita. La mobilitazione popolare, segnale di speranza ma anche di democratico monito, è solo agli inizi.

sabato 5 settembre 2009 ore 10.00

loc. Pianette di Laino Borgo (davanti ex stazione)

Guarda la mappa (uscita Laino Borgo dell’autostrada A3 SA-RC)

Approfondimenti:

- Scheda e documenti sulla Centrale del Mercure (a cura dell’associazione Il riccio di Castrovillari)

- Firma l’appello contro la conversione a biomasse della centrale del Mercure.
NB: ENEL ti invierà automaticamente una mail in risposta alla tua adesione. Contiene informazioni fuorvianti, puntualmente già confutate sul sito, ma soprattutto testimonia l’efficacia di questa iniziativa e l’importanza della tua adesione.

- Gruppi su Facebook

Salviamo il Parco Naz. del Pollino! No alla centrale Enel del Mercure!
No alla centrale del Mercure

- Canale YouTube: nocentralemercure

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Centrale del Mercure: ENEL e mistificazioni

Replica alla risposta dell’ENEL (ovvero le bugie hanno le gambe corte… e vita breve)

ENEL: La protesta contro il progetto di conversione a biomasse della Centrale Enel della Valle del Mercure è immotivata rispetto ai pareri favorevoli che, necessari a garantire i criteri di tutela dell’eco-sistema, sono stati già acquisiti dai rappresentanti del Parco del Pollino, dagli enti locali calabresi e lucani dell’area, dalle ASL di Castrovillari e Cosenza e dal Corpo Forestale dello Stato, dalla provincia di Cosenza e dal Presidente della Provincia di Potenza.

FORUM ASSOCIAZIONI: Questo puzzle di pareri (su diversi dei quali pesano obiezioni e ricorsi, nelle sedi competenti, oltre che alla Magistratura ordinaria), affannosamente e disordinatamente rincorso da ENEL, è tuttora ampiamente incompleto e, comunque, del tutto inadeguato, visto che la normativa italiana ed europea vieta progetti come quello dell’Enel. Cfr. il documento perché la centrale ENEL del Mercure non può essere riattivata. Non si possono certo accampare pretese infondate solo perché ci si chiama… ENEL.

ENEL: In questa fase, continua l’iter per il raggiungimento del decreto autorizzativo dalla Provincia di Cosenza e dell’Autorizzazione integrata ambientale: l’istruttoria del progetto di conversione è iniziata nel 2001, quando Enel – anche in considerazione delle richieste avanzate dalle amministrazioni locali – presentò domanda per la riattivazione della sola sezione 2 della Centrale, disattivata per ragioni tecnico-economiche dal 1993.

FORUM: Si attesta qui un fatto fondamentale, che si cerca poi di smentire, solo poche righe più giù: la Centrale è completamente chiusa e inattiva da molti anni. Perciò ora non inquina. L’inquinamento eventualmente prodotto con la riaccensione andrebbe a danneggiare un ambiente salubre e pulito!

ENEL: Dopo i lavori di riconversione dell’impianto, la riattivazione ha subito i forti rallentamenti burocratici che dal 2005 continuano a bloccare il funzionamento.

FORUM: Tra i “forti rallentamenti burocratici” è anche compreso il tempo “perduto” per i sequestri giudiziari, dopo il rinvenimento di rifiuti tossici e cancerogeni illegalmente sepolti all’interno dell’area della Centrale, in seguito a indagini promosse dalle denunce dei cittadini?

ENEL: di un impianto perfettamente ecocompatibile: la produzione di energia da biomasse vegetali, infatti, è un processo che non aumenta la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, essendo la quantità di CO2 rilasciata durante la combustione pari a quella che le biomasse assorbono, per fotosintesi, nel corso del loro accrescimento.

FORUM: Affermazioni del tutto infondate. Le Centrali a biomasse per essere in pari con il bilancio della CO2, devono avere una potenza dell’ordine di 0,5 MW elettrici ed un bacino di approvvigionamento di circa 40-50 Km di raggio. Questo perché nel bilancio della CO2 va calcolata l’estrazione e il trasporto delle biomasse. La Centrale del Mercure, una delle più grandi d’Europa!, ha una potenza di 35 MW elettrici netti (70 volte più grande!) e come bacino di approvvigionamento l’intera Comunità Europea, come ENEL stessa ha dovuto ufficialmente confessare, dopo anni di reticenze. 400.000 tonnellate l’anno il legname da incenerire e centinaia i camion che ogni giorno andrebbero a congestionare ulteriormente una viabilità già ora inadeguata e a spandere i loro gas di scarico in un ambiente incontaminato e protetto (un Parco Nazionale!). Le Centrali a biomasse nascono inoltre per fornire energia alle comunità locali, non a scopo unicamente speculativo (legittimo se non comporta danno all’ambiente e alle popolazioni residenti).

ENEL: Rispetto al funzionamento a olio combustibile, la conversione a biomasse consentirà la riduzione del 97% delle emissioni degli ossidi di zolfo e le ulteriori riduzioni del 69% delle emissioni degli ossidi di azoto e dell’80% delle polveri totali.

FORUM: Grossolana e grave alterazione della realtà reale. Attualmente la Centrale non funziona a olio combustibile. Semplicemente non funziona del tutto dal 1997, per cui l’aria è pura da ben dodici anni. E tale vogliamo rimanga.

ENEL: La Centrale, infatti, sarà dotata di tutti i più moderni sistemi di depurazione dei fiumi che assicurano il rigoroso rispetto dei limiti di emissione previsti dalle normative vigenti.

FORUM: Il problema delle patologie da particolato fine ed ultrafine (allergie, patologie respiratorie in genere, malattie cardiovascolari, tumori, ecc.) non è certo un’invenzione egli ambientalisti! Come è ben noto dalla letteratura scientifica internazionale, le nanoparticelle più pericolose sono quelle più piccole (da PM 2.5 fino a PM 0,1), che è impossibile intercettare con i filtri industriali attualmente in commercio. Per non parlare poi di ossidi di zolfo, ossidi di azoto, diossine.

ENEL: La gestione e purificazione delle acque utilizzate per il ciclo di raffreddamento permetterà, rispetto al funzionamento passato, una notevole riduzione della temperatura d’uscita, sia per il decremento di potenza dell’impianto (da 150 MW a 35 MW), sia per il ripristino della piena funzionalità delle torri di raffreddamento. L’acqua utilizzata per il ciclo di raffreddamento sarà prelevata dal fiume Mercure e restituita tal quale allo stesso nel rispetto delle indicazioni di legge.

FORUM: Di nuovo si finge di dimenticare che la Centrale è ben chiusa e che il fiume Mercure ringrazia per questo da dodici anni. La grande quantità di acqua che ora si vorrebbe sottrarre al piccolo fiume Mercure, modificata nella composizione e nella temperatura, non potrebbe che avere un impatto fortemente sfavorevole sull’ambiente e sull’ecosistema circostante, con nocumento per piante e animali, tra cui la lontra (ma non solo), la cui presenza nell’area è certificata da studi scientifici.

ENEL: La coerenza del progetto con l’habitat naturale e con le normative vigenti, insieme ai pareri positivi degli enti locali e alla possibilità di creare nell’indotto almeno 130 nuovi posti di lavoro con la Centrale in esercizio, manifestano, così, l’immotivata contraddittorietà e il travisamento dei presupposti di fatto, di diritto e di sviluppo economico sostenibile che guidano le voci di protesta contro la riconversione a biomasse.

FORUM: La grottesca vicenda dei presunti posti di lavoro sarebbe comica se non speculasse su una delle piaghe endemiche della nostra terra, quella della disoccupazione. Che la Centrale non mitigherebbe affatto, ma aggraverebbe e di molto. Scomparsi (per vergogna?), in questa lettera di ENEL, ogni passato riferimento a “nuovi posti di lavoro” nella Centrale, si passa ad un altrettanto irrealistico “indotto”. Ma quale? Quello di ditte di autotrasporto che non ci sono, o di altrettanto inesistenti “coltivatori di biomasse”, mestiere, per altro, assolutamente non redditizio e per di più all’interno di un’area protetta? E perché non si parla dei danni all’occupazione già presente che la Centrale creerebbe? Per esempio alle cooperative che fanno rafting sul Mercure-Lao (circa 20.000 turisti l’anno che certo non vengono ad “ammirare” una ingombrante e dannosa Centrale che “beve” il nostro fiume). Oppure ai piccoli imprenditori di prodotti tipici locali, che hanno nella qualità ambientale della filiera di produzione il loro punto di forza?

FORUM: E’ per tutto questo che popolazioni locali, Sindaci dei Comuni maggiormente danneggiati, Comitati e Associazioni ambientaliste, locali e nazionali, hanno fatto fronte comune, ormai da oltre sette anni, per bloccare un tentativo di progetto dannoso e predatorio e in evidente conflitto con la normativa italiana ed europea di tutela di aree protette quali il Parco Nazionale del Pollino e la Zona di Protezione Speciale Pollino–Orsomarso (IT9310303), al cui interno si vorrebbe “accendere” la Centrale del Mercure.

Cordiali saluti, Enel Relazioni Esterne
Cordiali saluti. Il Forum delle Associazioni e Comitati contro la riapertura della Centrale ENEL della Valle del Mercure

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Sospensione del parere favorevole da parte dell’Ente Parco del Pollino sulla centrale Enel della valle del Mercure

Riunione del direttivo dell’Ente Parco del Pollino, presente il presidente Pappaterra, l’11 agosto 2009. Sin dalle prime ore del mattino, centinaia di persone si sono avvicendate: cittadini dei Comuni di Rotonda e Viggianello, con i Sindaci Pandolfi e Fiore, Laino, Castrovillari; Associazioni ambientaliste e Amministratori hanno effettuato un democratico presidio fino a notte fonda davanti alla sede dell’Ente istituzionalmente demandato a proteggere il parco e le popolazioni che lo abitano e che aveva invece dato parere favorevole al progetto ENEL per la Centrale del Mercure.

Sono ormai sette anni che lottiamo, assieme alle popolazioni locali, per difendere l’ambiente del Parco Nazionale del Pollino (tra Calabria e Basilicata) dall’aggressione affaristica dell’Enel che vorrebbe riaccendere una centrale elettrica, chiusa ormai da dodici anni, prevedendo di bruciarvi almeno 400.000 tonnellate l’anno di legname reperito su tutto il territorio della Comunità Europea (!). Un progetto disastroso non solo per l’ambiente ma anche per lo sviluppo economico del territorio e potenzialmente pericoloso anche per la salute degli abitanti dell’area. Crediamo inoltre che il progetto sia contrario a leggi nazionali e comunitarie.

Le istanze e le ragioni delle popolazioni e delle Associazioni ambientaliste hanno ieri prevalso. Infatti, a tarda sera, il Presidente Pappaterra comunicava la sospensione del parere favorevole rilasciato in sede di Conferenza dei Servizi e assumeva l’impegno dell’apertura di un “tavolo forte” con le Istituzioni: Provincie e Prefetture di Potenza e Cosenza, Regioni Calabria e Basilicata, Ministero dell’Ambiente, Ente Parco, per rivedere l’intero progetto, anche alla luce dell’ennesima denuncia di gravissime irregolarità e illegalità che caratterizzerebbero il progetto e che sono state oggetto di durissimi interventi dei rappresentanti delle popolazioni.

La lunga giornata ha visto dunque una protesta forte, determinata, civile, nonostante alcune deprecabili intemperanze di qualche tutore dell’ordine, democratica, coronata da una importante vittoria, che non è comunque definitiva e che non deve in alcun modo indurre ad abbassare il livello di guardia, ma anzi spingere ad azioni sempre più incisive ed incalzanti.

La vittoria, ancorchè non conclusiva, che come Beni Comuni Cosenza salutiamo, è stata possibile grazie al sostegno di tutti coloro che hanno messo nella vertenza forza ed entusiasmo, continuando a combattere una battaglia impari, ma che siamo certi comunque di vincere, anche grazie all’azione dissuasiva che la pressione della pubblica opinione eserciterà su Enel. Al suo disastroso progetto continueremo ad opporci in ogni sede e luogo possibile, dalla strada ai tribunali di ogni ordine e grado.

Cosenza, 12/08/09

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La sinistra e il “buco” dell’Acquedotto pugliese

Dal Manifesto

Riccardo Petrella, professore in Belgio presso all’università di Lovanio, presidente del Contratto mondiale per l’acqua, era stato nominato nel luglio del 2005 alla guida dell’acquedotto pugliese dal governatore Nichi Vendola, che lo definì «una delle più autorevoli e importanti figure mondiali nella lotta in difesa del bene pubblico e del diritto universale all’acqua». L’accordo tra i due si è poi rotto nel dicembre del 2006, quando Petrella rassegnò le dimissioni, segnando il divorzio tra il movimento per l’acqua pubblica e la giunta pugliese che sull’acqua bene comune aveva costruito la campagna elettorale del 2005.
Professore, ricostruiamo questa storia dal principio.
Nell’aprile del 2005 Nichi Vendola, attraverso Pietro Folena, mi chiama per dire se ero interessato a prendere la presidenza dell’Acquedotto pugliese per realizzare il progetto di cui si parlava anche con lui da alcuni mesi: renderlo di nuovo pubblico. Significava non solo rivedere lo statuto giuridico dell’impresa Aqp che era diventata nel frattempo una società per azioni (a partire dal 1999, su iniziativa del governo D’Alema). Si trattava di cambiare lo statuto dell’impresa concessionaria a cui era stata delegata la funzione di gestire l’acquedotto pugliese. La ripubblicizzazione significava – e forse questo era l’aspetto più importante – modificare la politica di gestione delle acque nel senso di orientarla verso la realizzazione del diritto all’acqua per tutti, ovvero i 50 litri minimi al giorno che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sono necessari per ogni persona. Bisognava però avere una politica dell’acqua come bene comune, portare quindi un’attenzione particolare alla politica del risparmio, concentrandosi sulla gestione del territorio affinché le risorse idriche non siano messe a stress, nel senso che non siano degradate sul piano qualitativo, che non siano contaminate. E infine la ripubblicizzazione significava applicare una gestione di tipo democratico con la partecipazione dei cittadini alle grandi scelte e ai grandi orientamenti della gestione delle risorse idriche della Puglia.
E com’è andata? Che cosa non ha funzionato?
Aspetti. Questo che le ho detto era il nostro progetto e il nostro accordo. All’epoca Vendola confermava che la sua intenzione era di fare dell’Acquedotto pugliese un esempio. E nelle sue volate retoriche – che sono molto frequenti – aveva detto che l’Acquedotto pugliese sarebbe diventato l’accademia dell’acqua pubblica. L’accademia nazionale ed anche internazionale della pratica dell’acqua come bene comune. Questo era il senso della ripubblicizzazione.
E invece su quali punti c’è stata una divergenza con la giunta Vendola? 
Il conflitto è intervenuto sul problema del diritto all’acqua. È vero che la legislazione nazionale – ancora vigente e che negli ultimi tempi è diventata anche più restrittiva – non permette a nessun operatore, a nessun gestore, pubblico o privato, di applicare una tariffa che assicuri i 50 litri giornalieri ad ogni persona senza domanda di corrispettivo e con i costi a carico della fiscalità generale. La legislazione non permette questo, perché ogni operatore deve erogare l’acqua imponendo una tariffa che è normalizzata a livello nazionale. Però quello che potevamo tentare di fare era introdurre una tariffa sociale, in modo tale che i cittadini effettivamente avrebbero goduto dei 50 litri gratuiti. Su questo punto Vendola ha esitato e non l’ha fatto, non l’ha accettato. 
Forse era un problema di costi? 
Per i primi due anni questa scelta avrebbe implicato una spesa di 1 o 2 milioni di euro. E non mi sembra un costo eccessivo. Da un punto di vista simbolico e politico un costo di 1 o 2 milioni per questa operazione, sinceramente, valeva la pena. 
C’era poi la questione della forma societaria degli Acquedotti pugliesi… 
Una Spa è dal punto di vista giuridico un soggetto di diritto privato, anche se è a capitale interamente pubblico. Per alcune forze politiche – anche della sinistra radicale – il fatto che fosse possibile esercitare una forma di controllo politico sulla società la faceva considerare come una forma di società pubblica. Quindi nel caso dell’Acquedotto pugliese – con capitale interamente pubblico dove la regione esercita un controllo – si diceva che non doveva essere ripubblicizzato perché era già pubblico. Vendola ed io fin dall’inizio, però, la pensavamo differentemente. Una società per azioni, infatti, ha una funzione sociale che è quella di fare profitto. La legge Galli poi diceva che la gestione dell’acqua doveva essere ispirata ad un principio di efficienza economica, ovvero con un rendimento. 
Un problema quindi di orientamento generale?
Non solo, fu un dissidio molto concreto. Quando proponevo il diritto all’acqua – i 50 litri al giorno garantiti – mi si rispondeva: ‘Presidente, lei non può fare questo perché toglie denaro all’impresa’. Con la Spa questo controllo non c’è. Così quando il pubblico si dà strumenti di azione di natura privata, in realtà, privatizza un pezzo del settore pubblico. E allora, piano piano, Vendola ha cominciato a nicchiare, a trovare delle difficoltà, a mandare le cose per le lunghe. Molte volte una decisione veniva presa dopo 3 o 4 mesi. Questo fu un punto di conflitto. 
Ci furono altre occasioni di scontro?
Un caso concreto fu l’adesione alla Federutility, che è – per capirci – la Confindustria delle società che si occupano di servizi come l’acqua, i rifiuti, il gas. Io cercai di far uscire Acquedotti pugliesi da Federutility senza successo.
Considerando che fu D’Alema l’artefice della privatizzazione dell’acquedotto pugliese, ci saranno state delle pressioni dei Ds su Vendola. 
Dobbiamo sempre ricordarci che l’Acquedotto pugliese è stato e rimane una delle principali – se non la principale – impresa pugliese per occupazione e fatturato. A parte gli interessi che sappiamo che esistono, che a volte possono essere anche interessi legittimi, la difficoltà fu soprattutto culturale, politica e ideologica. La cultura politica della gestione dei servizi pubblici della sinistra moderata è impregnata di privatizzazione e liberalizzazione. Certe scelte sono state bloccate dalla sinistra moderata e da quella parte della sinistra radicale che è stata influenzata dai Ds. Vendola sulla questione della Federutility non ha potuto far niente. 
Un problema, quindi, di alleanze? 
La maggioranza delle forze politiche del centrosinistra in Puglia aderiva al modello culturale della mercificazione dell’acqua, pur facendo discorsi e affermando principi sulla ripubblicizzazione. Per loro il pubblico fa una gestione pubblica quando crea le condizioni affinché i servizi vadano nella direzione dell’efficienza economica, ovvero nella direzione di attività economiche pubbliche che rendono un profitto e aperte alle logiche di mercato. Questa adesione apparentemente modernizzante è la base del fallimento del progetto di ripubblicizzazione dell’acqua in Puglia.  

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